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LA PRIMA CAMICIA

Outback: dove finiscono le nuvole e inizia l’orizzonte

Domenica 13 maggio, ore 15:58, campeggio a Noonamah (NORTHERN TERRITORY)

Siamo partiti nel pomeriggio del 30 aprile da Townsiville e per la prima volta al posto di viaggiare da nord a sud o viceversa, abbiamo imboccato la strada che da questa cittadina porta verso ovest, verso l’outback. Dato che non è molto consigliato viaggiare con il buio (gli animali che attraversano la strada rappresentano un grosso problema) ci siamo fermati verso le 6 e mezza di sera dopo aver percorso 250km.
Da lì in poi la media sarebbe stata di 700km al giorno fermandosi un’ora per il pranzo per sgranchirci le gambe e far riposare un po’ il nostro caro van.
Che cosa si può dire dell’outback? Per prima cosa che è molto più “verde” di come lo immaginavo…insomma, verde forse è un parolone, però sicuramente non avrei mai immaginato di vedere tanta vegetazione. Da ciò che avevo letto mi immaginavo una distesa piatta di terra rossa, scarna di vita e arida come il deserto ma evidentemente il tempo molto più umido degli ultimi anni deve aver cambiato le cose anche qui.
La cosa che mi ha colpito di più è stato il cielo: di giorno sembrava un velo azzurro appoggiato da qualche parte dopo l’orizzonte, altre volte si potevano vedere nuvole a perdita d’occhio.
La bellezza di alba e tramonto era seconda solo a quella del cielo stellato.
Viaggiando 7 o 8 ore al giorno le attività da fare non erano molte: si parlava del più e del meno, si leggeva, si ascoltava musica o si dormiva. E si aveva il tempo di pensare. Tanto, tanto tempo. Beh…si guidava molto ovviamente, ma essendo in tre riuscivamo a darci il turno senza diventare matti. Ora uno può pensare che un viaggio così possa essere parecchio noioso.
Niente di più sbagliato!
Il paesaggio fuori continuava a cambiare e la strada che correva diritta sembrava senza fine e aveva qualcosa di ipnotizzante. Un’altra cosa tipica dell’outback sono i road train: tir giganti con tre (o a volte quattro) rimorchi, lunghi 53 metri e che viaggiano sulla bellezza di 60 ruote a 100km orari. Ecco, per loro gli animali che attraversano la strada non sono un problema. Si può dire il contrario invece. Riuscite ad immaginare cosa potrebbe succedere se con la macchina investiste una mucca ai cento all’ora? Se non morite sul colpo di sicuro la macchina fa una brutta fine. Ecco, ad i road train investire una mucca fa lo stesso effetto che fa ad una macchina investire un gatto. NIENTE!
Questi mostri della strada non si fermano mai ed infatti ogni tanto si vedevano carcasse di mucche, canguri, wallaby e qualsiasi altro animale che abbia la sfortuna di attraversare la strada nel momento sbagliato.
Devo dire che anche noi abbiamo dato del nostro: verso la fine del nostro viaggio mi sono chiesto quante specie di insetti abbiamo estinto. Il nostro parabrezza sembrava il cimitero degli insetti volanti. Non so se ho visto più stelle nel cielo in quei giorni o più bestie spiaccicate sul vetro.
Avendo una persona in più del solito non potevamo dormire tutti e tre nel van e così io ed Henry abbiamo dormito a turno in tenda (che nostalgia!) e al contrario di quello che si può pensare il problema era essere sufficientemente coperti ed isolati dal freddo. Tanto le temperature erano alte di giorno, quanto scendevano di notte. Il massimo l’abbiamo raggiunto quando eravamo in campeggio a Yulara (vicino ad Uluru) dove abbiamo dormito tutti e tre nel letto del van (un esperienza che non si è più ripetuta) dato che la temperatura fuori aveva toccato i due gradi.
Le giornate iniziavano con il sorgere del sole e finivano circa un’ora o due dopo il tramonto. Si può dire che seguivamo letteralmente il ritmo della natura.
Dopo un paio di giorni non avevamo più un’idea precisa di che ore fossero, ci lasciavamo semplicemente guidare da ciò che accadeva fuori (il ciclo del sole), da ciò che accadeva dentro (lo stomaco che richiede cibo ) e dai chilometri percorsi.

Tanta strada solo per vedere un sasso gigante?
Beh…si potrebbe vederla anche così, ma Uluru è molto, molto di più di un grandissimo monolite piazzato in mezzo al deserto. Non posso (perché non ne ho le capacità) descrivere cosa si prova a stare là a guardare questo gigante rosso stagliato contro il cielo, ma posso dire che quel roccione racconta una storia, anzi, molte storie che vanno indietro di migliaia di anni e che si perdono nella notte dei tempi quando, secondo gli aborigeni, animali dalle dimensioni gigantesche crearono il mondo, in quella che loro chiamano l’epoca del sogno, lasciando alcune tracce visibili ancora oggi. Ed Uluru ne è una prova.
Dato che un’occasione del genere non capita molte volte nella vita (a meno che non si abiti/lavori a Yulara) abbiamo cercato di fare quante più cose possibili: abbiamo fatto la camminata tutto attorno (dieci chilometri), abbiamo preso parte ad una visita guidata ed abbiamo ammirato da lontano questo gigante sia all’alba che al tramonto, dove Uluru si colora di varie tonalità di rosso o marron a seconda dell’ora.
Una cosa che non abbiamo fatto è stata la scalata della roccia. Mi spiego meglio: esiste un punto ad Uluru dove l’inclinazione permette di salire fino alla “vetta”. Gli aborigeni proprietari del posto e del parco nazionale che lo circonda, chiedono però di non fare questa scalata per vari motivi. Il primo è che per loro è un luogo sacro e nemmeno a loro è permesso scalarlo, il secondo è che la scalata è molto, molto impegnativa e pericolosa (sono morte varie persone facendola) ed infine non vogliono che Uluru sia legata a ricordi tristi. Per loro è un posto pieno di significati positivi e sarebbe molto triste se qualcuno legasse il posto al ricordo della morte di un caro o di un amico.
Penso che, come me, vi starete chiedendo: “Perché tenere aperta la scalata allora?”.
Dovete sapere che negli anni ‘80 il governo ha riconosciuto gli aborigeni locali come legittimi proprietari di questo parco nazionale e lo ha restituito loro. Gli aborigeni a loro volta hanno fatto un’accordo con lo stato per la gestione del parco per 99 anni. Naturalmente quando di mezzo c’è la politica si deve fare qualche compromesso e infatti il governo ha proibito la chiusura della scalata in quanto gli australiani considerano un loro diritto poterla fare, considerandolo qualcosa di patriottico, in ricordo dei loro avi che tanto hanno sacrificato per conquistare questa terra selvaggia.
Per fortuna nel corso degli anni sono sempre meno le persone che salgono su Uluru, australiani e non. Gli amministratori del parco, infatti, catalogano meticolosamente quante persone entrano nel parco e quante praticano la scalata e quando la percentuale scenderà sotto il 20% per un certo periodo, allora la scalata verrà chiusa definitivamente.
Anche se noi non crediamo in serpenti giganti o spiriti cattivi, abbiamo voluto portare rispetto alla cultura degli abitanti locali.
Quando è stato il momento di partire ero veramente triste e nonostante abbia visto posti meravigliosi da quando sono qua, credo che Uluru li batta tutti.
Credo in quegli otto giorni di viaggio siano stati semplicemente meravigliosi, e non sto parlando solo di Uluru: ci siamo fermati a vedere anche i Devil’s Marbles (vedi foto), abbiamo nuotato in terme naturali in mezzo ad una foresta di palme, abbiamo ammirato il cielo notturno scaldandoci al calore di un fuoco ed abbiamo ammirato splendidi tramonti mentre alcuni coyote ululavano in lontananza. Insomma, ci sono state molte più sorprese di quelle che ci aspettavamo e l’outback possiede una magia indescrivibile.

Ora siamo a Darwin, dopo circa quattro ore dal nostro arrivo in città abbiamo trovato lavoro (con un piccolo aiuto a dir la verità) e se tutto va secondo i piani staremo qui fino a fine giugno. E poi? E poi si vedrà, come sempre tante idee ma per ora non abbiamo nulla di certo.
Lo stesso giorno in cui siamo arrivati abbiamo salutato Henry, il suo volo per tornare a casa è il 18 maggio…con lui ci si rivedrà in Oregon fra qualche anno!
Il tempo di permanenza in terra australe si accorcia sempre di più…

    • #outback
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  • 19 ore fa
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Un tuffo nel blu!

    • #great barrier reef
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  • 2 settimane fa
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Cairns e Cape Tribulation…un oceano di verde e di blu!

Giovedì 10 maggio, ore 16:10, campeggio a Noonamah (NORTHERN TERRITORY)

Eccomi qui ancora, dopo quasi un mese dall’ultima volta che ho aggiornato il blog. In tutto questo tempo abbiamo dovuto rivoluzionare completamente i nostri piani e abbiamo anticipato di un mese tutto il nostro programma. Cos’è successo? È presto detto: da Airlie Beach ci siamo spostati a Townsville, porto di partenza per la vicina Magnetic Island dove avevamo intenzione di passare una manciata di giorni. Dato che avremmo dovuto comunque ritornarci in futuro però, abbiamo deciso di rimandare la vacanza sull’isola ad un possibile dopo lavoro. Dopo la serie di avventure da sogno (vedi post precedente) ci sembrava giunto il momento, infatti, di prenderci un periodo di riposo e incominciare a lavorare e così abbiamo iniziato la nostra ricerca in varie farm sulla costa est, nella zona fra Townsville e Cairns. Già dalla prima cittadina tuttavia, abbiamo capito che la fortuna non era dalla nostra parte: niente lavoro per almeno due o tre settimane. Dato che l’ultima volta che ci avevano detto di aspettare “qualche giorno” abbiamo aspettato due settimane per niente, abbiamo deciso senza esitazione di continuare il nostro viaggio verso nord per cercare fortuna altrove. Purtroppo per noi più a nord ci spostavamo e più il tempo di attesa si dilatava: niente lavoro per almeno QUATTRO o CINQUE settimane! Che fare? La zona era piena di altri backpacker alla ricerca di quattro soldi da mettere in tasca e anche se si fossero liberati due posti non avremmo avuto la garanzia di accaparrarci il lavoro. Dovevamo prendere una decisione in fretta. Infondo quel vaso andava portato in salvo! Un po’ scoraggiati e un po’ senza entusiasmo abbiamo deciso di continuare con il nostro itinerario, rimandando la ricerca di lavoro di 10-15 giorni. Così siamo arrivati a Cairns… Devo dire che in poche occasioni durante questo viaggio ho visto il paesaggio cambiare così radicalmente in poco tempo: più ci avvicinavamo alla città e più tutto si faceva verde. Le colline coperte di una vegetazione color smeraldo incorniciate da nuvole bianche donavano al paesaggio un pizzico di mistero e di selvaggio. La città in sé non aveva molto da offrire ma la sua aria semplice, le vie del centro senza molto traffico e il lungomare con ogni sorta di struttura dove passare il tempo libero (tavoli con BBQ, piscine, pista ciclabile, attrezzi per fare ginnastica ecc) la rendono un posto ideale dove rilassarsi. C’è da dire poi che Cairns è il punto di partenza principale per andare ad esplorare la grande barriera corallina. Unite le due cose assieme ed avrete la città ideale per ogni packpacker, turista o viaggiatore di passaggio. Dato che un po’ di vecchie conoscenze si trovavano in città abbiamo passato più di qualche serata in compagnia e di pomeriggio ce ne stavamo crogiolati all’ombra (al sole faceva troppo caldo) sotto qualche palma a leggere o a giocare a carte. E poi, naturalmente, anche noi abbiamo prenotato il nostro tour e abbiamo passato una giornata immersi ancora una volta fra coralli e pesci di tutti i colori. La bella notizia è che presto potrete goderne un po’ anche voi, dato che stavolta avevamo con noi una macchina fotografica adatta. (Il video è accessibile da QUI) Un’altro dei posti che avevamo in programma di vistiate era Cape Tribulation, circa 150km a nord della città. Il luogo in questione è il punto più a nord che si possa raggiungere con una macchina normale, da lì in poi si necessita di un 4X4. Dopo aver comperato cibarie varie per un paio di giorni, siamo partiti verso questa nuova destinazione. Se prima ero stato colpito dalla natura e dal verde, dopo essere stato a Cape ho dovuto ricredermi. Il paesaggio che avevo visto prima, confrontato con quello che in cui eravamo immersi ora, sembrava un ciuffetto di erba finta in mezzo al cemento. A Cape Tribulation la natura sembra avere il sopravvento su tutto. La foresta pluviale è talmente fitta che non si vede altro. La strada sembra essere lì per sbaglio e comunque si ha l’impressione che possa essere inghiottita da un momento all’altro da tutto il verde che la circonda. La circonda e la sovrasta a dire il vero, dato che per la maggior parte del tempo sembrava di guidare in un tunnel di piante. Avendo letto qualcosa sulle varie guide mi aspettavo di trovarmi immerso nella natura, ma mai avrei pensato che potesse esistere un posto così. Tanta la bellezza del posto che abbiamo persino abbandonato per un paio di giorni la nostra pigrizia e ci siamo cimentati in varie camminate nei sentieri della foresta. Sembrava di essere in una galleria dove la nostra cara madre natura ha dato sfogo a tutta la sua immaginazione: rocce, piante di ogni tipo e ruscelli formavano delle vere e proprie opere d’arte naturali. Se non mi credete basta che diate un’occhiata alle foto! Il paesaggio era talmente selvaggio ed irreale che ad ogni curva mi aspettavo di trovare una base della Karma Corporation e John Lock che mi chiedeva se anche io mi trovato lì dopo un incidente aereo. Dopo essere stati immersi nel verde, aver camminato e nuotato per due giorni ce ne siamo tornati a Cairns, ma solo il tempo necessario per pianificare le nostre prossime mosse. Dato che dovevamo ritornare a Townsville per i dirigerci poi ad ovest verso il grande outback, la cosa più intelligente da fare era quella di tentare la fortuna ancora una volta e fermarci nelle varie località per chiedere se qualcosa era cambiato in quanto a possibilità di lavoro. E così abbiamo fatto. Più o meno. Dopo qualche ora dalla nostra partenza dalla città (siamo partiti verso l’ora del tramonto) ci siamo fermati in un’area di sosta per la notte, dove abbiamo trovato altri tre ragazzi italiani che quel giorno avevano visitato una quarantina di farm nella zona ma di lavoro neanche l’ombra. Quaranta a zero mi sembra un risultato piuttosto convincente per capire che di possibilità non ne avremmo avute molte. La mattina seguente, quindi, siamo ripartiti alla volta di Townsville dove siamo arrivati di primo pomeriggio e dove abbiamo ritrovato Henry, il ragazzo americano che aveva abitato assieme a noi per un po’ di tempo a Melbourne. Eravamo in contatto già da un po’ di tempo e dato che lui aveva finito di lavorare ha deciso di passare assieme a noi gli ultimi giorni della sua vacanza in Australia. La domenica mattina dopo aver preparato armi e bagagli abbiamo lasciato il van nei pressi del porto e ci siamo imbarcati zaini (e tenda) in spalla per la vicina Magnetic. L’idea iniziale era quella di passare un paio di giorni a fare snorkeling fra i coralli che la circondano, ma come abbiamo imparato anche troppo bene, quando si viaggia in questo modo i progetti sono fatti di pongo e si possono modificare quando e come si vuole. Il primo pomeriggio, in effetti, ci siamo dilettati nella nobile arte dello sbirciare i pesci respirando attraverso un tubo di plastica posto fuori dall’acqua, ma la visibilità e la qualità della barriera erano talmente scarse che abbiamo deciso di occupare il nostro secondo giorno in maniera diversa. Tornati al nostro campeggio/ostello abbiamo iniziato a vagliare le varie ipotesi e alla fine abbiamo deciso di dedicarci ad una sana camminata di un paio d’ore seguita da una visita al “wildlife centre” (non saprei come altro definirlo dato che zoo è un parolone) presente sull’isola. Per preparare i muscoli alla camminata, la sera abbiamo gareggiato nella corsa sulla spiaggia organizzata dal campeggio/ostello che metteva in palio 50 bei dollaroni da spendere in cibo e bevande: quello che bisognava fare era correre per una cinquantina di metri, girare attorno all’uomo-staffetta e ritornare al punto di partenza. Il primo (e solo il primo) ad arrivare si sarebbe aggiudicato il premio. Il tutto andava fatto in mutande (mutande e reggiseno nel caso delle ragazze. Delle ragazze e del trenta.) o totalmente nudi se si volevano avere due secondi di vantaggio. Nessuno si è spogliato completamente, a parte l’uomo-staffetta che era nudo e comunque non doveva gareggiare ma fare da staffetta, appunto. Purtroppo non ci siamo aggiudicati il premio, anche se bisogna sottolineare che il trenta è arrivato secondo e io terzo (su una trentina di partecipanti). Insomma, il giorno dopo ci siamo svegliati di buon mattino e passo dopo passo siamo arrivati fino alla cima di un punto panoramico, ex punto strategico di quando l’isola era una base militare, da dove abbiamo ammirato un bellissimo panorama sull’oceano e su parte dell’isola. Dopo essere ritornati dalla camminata siamo andati, come avevo detto, al simil-zoo e ci siamo divertiti per un paio d’ore ad abbracciare koala, giocare con i pappagalli, accarezzare lucertoloni e usare pitoni a mo’ di sciarpa. Il pomeriggio siamo ritornati a Townsville dove abbiamo fatto spesa per una decina di giorni. Da lì a due ore saremmo partiti per l’outback, un’esperienza senza precedenti fra quelle vissute in Australia. Ma questa è un’altra storia… ——————————————————————————————————————————————————————- Consigli e trucchi per un viaggio sereno, cosa bisognerebbe evitare di fare. Ovvero l’osteria degli aneddoti. (PARTE 3) 1- Mettere in lavatrice vestiti chiari assieme a vestiti rossi può far nascere una nuova stirpe di vestiti rosa 2- Parcheggiare il van sotto un albero di pipistrelli diarroici può fargli cambiare colore (e sicuramente non diventa rosa!) 3- È altamente sconsigliato mangiare tonno aperto da due giorni

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  • 2 settimane fa
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Queensland il sogno: la canoa, la jeep e la barca a vela.

Mercoledì 18 aprile, ore 18:21, Esplanade di Townsville (QUEENSLAND)

Da quando abbiamo lasciato la Gold Coast sono successe talmente tante cose, tante le avventure e le persone conosciute che sono sicuro mi dimenticherò qualcosa: il nome di un posto, qualcosa di strano che ci è successo, una delle mille cose fantastiche che abbiamo visto o qualcuna delle emozioni che abbiamo vissuto. Ma non perdiamoci in chiacchiere…
Quando siamo arrivati a Brisbane era ormai mattinata inoltrata e siccome ne avevamo un gran bisogno, dopo avere pagato la piazzola di un campeggio poco fuori dal centro, abbiamo fatto le pulizie di primavera del van e abbiamo sistemato i nostri averi. Quando abbiamo finito di far tutto il pomeriggio era alle porte. Dato che in un campeggio in periferia non c’è molto da fare e dato anche che il tempo programmato per Brisbane non era tantissimo, ci siamo diretti verso il centro. Le aspettative sulle città non erano molto alte, niente che ci ispirasse particolarmente insomma. Ci aspettavamo di passare due o tre giorni a girovagare fra musei e luoghi vari, di visitare questo e quello e poi andarcene via senza tanto entusiasmo. Eppure Brisbane è riuscita a sorprenderci!
Anche se non ha nulla di diverso da altri posti che abbiamo visitato, l’atmosfera era rilassata e piacevole e sia il museo che l’Art Gallery mi hanno colpito positivamente. Siccome la città non si affaccia sull’oceano gli abitanti di Brisbane hanno pensato bene di costruire un complesso di piscine sull’argine del fiume che passa per il centro. Così capita di trovarsi nel bel mezzo della città, a due passi dal teatro, e dalla libreria, a camminare su una spiaggia con tanto di palme e sabbia dove sdraiarsi per la tintarella. Una cosa veramente surreale!
Dopo aver passato quindi un paio di giorni piacevoli in città, abbiamo continuato il nostro viaggio verso nord arrivando la mattina seguente nella piccola cittadina di Noosa.


Qui le vie che si trovano a ridosso della spiaggia sono gremite di gente che si aggira fra i vari negozi per fare un po’ di shopping o semplicemente per rinfrescarsi dal caldo tropicale con un rinfrescante gelato. Nonostante sia molto affollata la spiaggia in sé non ha molto da offrire, e anche l’acqua del mare è una fra le peggiori che abbiamo visto fino ad ora. È innegabile comunque che l’atmosfera che si respira là è quella di puro relax, quindi non c’è molto da stupirsi se molte persone scelgono di passarci le loro vacanze.
Il motivo della nostra presenza a Noosa è presto detto: fin che eravamo a Byron Bay avevamo comprato un “pacchetto” con qualche attività da fare in alcuni dei posti più famosi del Queensland e dentro c’hanno piazzato (più o meno aggratis) due giorni di canoa in un parco nazionale subito fuori dalla città.
Dopo aver speso il pomeriggio e la mattinata successiva distesi sulla sabbia a goderci tutto ciò che il buco nell’ozono ha da offrire, siamo partititi nel primo pomeriggio verso il Gagaju Camp guidati dal proprietario che era venuto in città ha prendere gli altri partecipanti. Ora potrei star qui a raccontarvi di tutte le nuove persone che abbiamo conosciuto, delle nuove amicizie e via dicendo, ma nelle ultime due settimane sono state talmente tante che verrebbe fuori solo una grande confusione. Ciò che posso dire, però, è che alcune di quelle persone sono state assieme a noi anche dopo Noosa. Dato che la corrente di giovani viaggiatori segue due direzioni (da nord a sud o viceversa) non è difficile ritrovarsi a più riprese nel lungo viaggio che porta fino all’estremo nord del Queensland con gli stessi compagni di avventura.
Quando siamo arrivati nel campeggio, dicevo, sembrava di essere sul set dell’isola dei famosi oppure di Lost: lascio la parola alle foto per farvi capire il perché, sta di fatto che l’atmosfera ci faceva sentire un po’ avventurieri e un po’ ad un campo scout.
Il giorno dopo essere arrivati ci siamo divisi fra le varie canoe ed abbiamo iniziato a pagaiare placidamente lungo il fiume. La nostra destinazione era un lago a circa un’ora e mezza di remate e mezz’ora di parolacce dal campeggio. Una volta che il fiume sfociava nel lago, infatti, la corrente era talmente forte che per fare due metri servivano tutte la forze che si avevano in corpo. Se poi non fai attività fisica da un’eternità la fatica è anche doppia.
Nonostante tutto ce l’abbiamo fatta sia il primo che il secondo giorno, nel quale oltre ad aver pagaiato parecchio ci siamo fatti anche due ore di camminata. La sera, nonostante la stanchezza tutti trovavamo magicamente la forza di far festa. Festa che per certi versi era molto più impegnativa delle ore d’esercizio pomeridiane.
Siamo andati via da Noosa stanchi ma sicuramente molto felici e con la carica giusta per la seconda delle nostre avventure: Fraser Island.


L’isola si trova a qualche chilometro al largo di Hervey Bay ed è talmente unica nel suo genere che è protetta dall’Unesco.
Fraser è l’isola di sabbia più grande del mondo e le sue caratteristiche sono talmente varie e numerose che mi è impossibile elencarle tutte (anche per un fatto di memoria): sulla sua superficie si trovano una quarantina di laghi di acqua dolce sparsi in ben sette tipi di habitat diversi, dal bush australiano alla foresta pluviale. Oltre alle decine di insetti, ragni e serpenti velenosi (cinque fra i sette più letali di tutta l’Australia sono presenti sull’isola) ci sono anche i famosi dingo, simpatici cagnolini selvatici che ogni tanto si sbranano qualche persona.
Nonostante tutto questo possa farla sembrare un posto da cui stare alla larga, Fraser è un luogo talmente magnifico che si dimentica tutto ciò che di pericoloso ci si possa trovare. I laghi e i fiumi sono di una bellezza tale da togliere il fiato e i panorami che si possono ammirare sono semplicemente incantevoli. L’acqua (piovana) che forma alcuni ruscelli viene filtrata dalla sabbia dell’isola per una cosa come 190 anni prima di rivedere la luce del sole, e infatti è perfettamente potabile, per non parlare di quanto è buona. In alcuni posti si trova una sabbia talmente fine che la si può usare per più di un trattamento di bellezza: ci si possono lavare i capelli (si, avete capito bene), oltre che il corpo ed i denti. Quando eravamo là a strofinarci la sabbia sui denti con un dito mi è venuto in mente che facevamo la stessa cosa io e Edo agli scout, con la sola differenza che noi usavamo il dentifricio…e usavamo il dito perché lo spazzolino era troppo pesante da portare nello zaino.
Altra cosa spettacolare del viaggio a Fraser è stato il fatto che ci spostavamo su fuori strada 4X4. E a guidare eravamo noi! Sfrecciare a 90 all’ora sulla sabbia con un bestione così, con il culo che ti parte ad ogni curva è un’esperienza da provare. Se poi la tua guida è un folle ex artificiere dell’esercito allora la cosa diventa ancora più interessante!
Essendo l’intera isola (e le acqua intorno) parco nazionale, la nostra sistemazione era una comoda tendina sulla spiaggia. Mi sembra inutile descrivervi la bellezza del cielo stellato la sera, ma sono quasi sicuro che pochi hanno avuto la fortuna di assistere al quella che viene chiamata “l’alba della luna” dove si vede il nostro romantico satellite sorgere dall’oceano come fosse il sole, di una grandezza tale che sembrava irreale. Quando l’abbiamo vista noi il colore era di un’arancione infuocato, ma in alcuni periodi dell’anno la si può vedere anche rosa. Non so quella come sia, ma lo spettacolo che abbiamo visto noi è stato qualcosa di veramente unico.
Insomma: un posto mozzafiato, adrenalina e anche qui una buona compagnia. Cosa si può chiedere di più?


Dopo i tre giorni sull’isola siamo ritornarti ad Herley dove abbiamo passato una notte in ostello e siamo partiti il giorno successivo con destinazione Airlie Beach. Essendoci qualcosa come 900 km fra le due città, abbiamo deciso di spezzare un po’ il viaggio. Nonostante i nostri piani iniziali fossero degli altri, li abbiamo cambiati strada facendo e ci siamo fermati in una località il cui nome è tutto un programma: 1770. Essendo solo una tappa di passaggio non abbiamo fatto molto là, se non il solito riposino sulla spiaggia ed aver ammirato un bellissimo tramonto.
Ristorati e riposati il pomeriggio successivo abbiamo percorso altre 4-5 ore di strada e ci siamo fermati la sera in una zona di sosta dove abbiamo trovato anche un chiosco che distribuiva gratuitamente tè, caffè e altre bevande agli automobilisti di passaggio. Dovete sapere che qui in Australia, date le distanze colossali che si possono percorre, prendono la questione delle soste in automobile molto sul serio. Penso sia l’unico paese al mondo dove nei tratti nei quali ci sono i lavori stradali (che si estendono per chilometri e chilometri e bisogna fare i 50 km/h) si trovano cartelli con scritto cose del tipo: “Resta sveglio, gioca a trivial!” per poi trovare cartelli con domande ai quali susseguono a breve distanza quelli con le risposte. Australiani…
Ad Airlie Beach, comunque, siamo arrivati poco dopo mezzogiorno di sabato 14 e dopo aver fatto il check-in dell’avventura che sarebbe iniziata il giorno dopo, abbiamo trovato un posto per il van, ci siamo distesi all’ombra di un paio di palme e la sera siamo andati a ballare. La cittadina conta solo 5000 abitanti e qualcosa nel suo stile mi ha ricordato molto qualche bella località sul lago di Garda.
La mattina dopo ci siamo fatti un paio di nuotate in piscina (la spiaggia è off-limits a causa delle meduse) e poi abbiamo trovato un posto dove lasciare il nostro mezzo per i tre giorni successivi.
Alle quattro del pomeriggio eravamo pronti per imbarcarci sulla Spank Me (bel nome eh?!?) una barca a vela di 25 metri che ci avrebbe accompagnato per alcune delle isole più belle d’Australia: l’arcipelago delle Withsunday!
Già eravamo carichi all’idea di passare due giorni in barca, se poi scopri che il resto dei passeggeri sono per la maggior parte ragazze allora ci metti la firma.
Così mezz’ora dopo stavamo salpando dal porto locale diretti in una piccola baia dove avremmo passato la notte. L’entusiasmo di tutti era alle stelle e non farete fatica a credermi se vi dico che osservare il tramonto sull’oceano cullati dal ritmo delle onde è una cosa che non scorderò facilmente.
Dopo poco la partenza lo skipper c’ha dato le varie informazioni sulla sicurezza e sulla vita a bordo, e c’ha anche avvisato che durante il viaggio si sarebbe ballato un po’…
Un po’…
Dopo quasi tre ore a saltare su e giù vi assicuro che non erano in molti quelli che avevano voglia di parlare e tanto meno di mangiare. Per fortuna, però, la cena è stata servita solo dopo che eravamo sul posto e nostri cari stomachi avevano fatto in tempo a riassestarsi.
Dopo cena poi me ne sono stato a parlare con tre ragazze che avevo conosciuto a Fraser, e siamo stati fino a mezzanotte passata ad osservare il magnifico cielo stellato distesi sul ponte della nave.
Quando sono andato a letto poi mi sono addormentato cullato dalle onde e rasserenato dal suono del loro infrangersi dolcemente sulla barca.
Mi viene da piangere se ci ripenso!
La mattina dopo la sveglia è stata alle 5 e mezza e purtroppo ad accoglierci fuori c’erano dei bei nuvoloni grigi.
Giunti a destinazione abbiamo ancorato poco al largo di una delle isole e siamo stati scarrozzati fino a riva con un gommone. Sull’isola ci siamo fatti un breve passeggiata fino ad un punto panoramico da dove si sarebbe goduta una bellissima vista se non fosse stato rovinato tutto dal brutto tempo.
Come se non bastasse nella strada per andare su una spiaggia sul lato opposto dell’isola ha iniziato a piovere a dirotto. L’unica consolazione è stata il fatto che faceva talmente caldo che la temperatura era accettabile.
Pioggia o non pioggia sulla spiaggia ci siamo arrivati e abbiamo passato un paio d’ore a scattare foto, nuotare e osservare le razze e piccoli lemon shark nuotare vicino a riva. Non stavo più nella pelle!
Nel frattempo il tempo era migliorato un po’ e quando siamo tornati a bordo il sole splendeva di nuovo.
Da lì ci siamo spostati vicino ad un’altra isola e dopo aver indossato maschera, pinne e boccaglio ci siamo tuffati non solo nelle acque calde della baia (trenta gradi) ma proprio in un altro mondo: davanti a noi distese di coralli a perdita d’occhio, pesci di ogni forma, colore e dimensione che ci nuotavano vicino senza la minima paura. Mi sono innamorato del mondo che c’è là sotto.
Dopo (credo) un’ora ci siamo spostati ancora una volta per un’altra uscita di snorkeling e nonostante non ci fossero tanti pesci quanti ne avevamo trovati prima, lo spettacolo c’è stato lo stesso dato che ci siamo tuffati mentre il sole stava cedendo il posto alla luna, e tutto era colorato d’oro e di rosso.
Sia stato per il fatto che c’avevamo fatto l’abitudine o forse perché eravamo ben affamati ma la seconda sera non solo abbiamo cenato più volentieri, ma tutti eravamo anche più loquaci.
Il terzo giorno ci siamo svegliati con il rumore della pioggia che cadeva forte, ma per fortuna dopo colazione aveva già smesso, sebbene il cielo fosse sempre nuvoloso.
Così ci siamo tuffati ancora fra coralli e pesci colorati e ancora avrei potuto restare a nuotare per ore ed ore.
Prima di riprendere la rotta per il ritorno ci siamo fermati in un altra baia per la quarta ed ultima nuotata nella barriera corallina, anche se questa volta non tutti sono venuti dato che il brutto tempo persisteva. Verso le quattro del pomeriggio stavamo rimettendo i piedi sulla terra ferma: sporchi, stanchi ma sicuramente felicissimi.
La sera ci siamo ritrovati quasi tutti in un locale in centro e dopo aver cenato abbiamo passato l’ultima serata assieme.
Come tutte le cose, anche questa è arrivata alla fine e dopo baci ed abbracci ci siamo salutati con la speranza di rivedersi ancora in futuro… La lista degli amici da visitare in giro per il mondo sia allunga sempre di più…
Abbiamo percorso più di 7000 km per ora e non siamo nemmeno a metà strada!

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  • 1 mese fa
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Sydney e Gold Coast: nuovi amici, nuovi ricordi e l’inizio di una nuova avventura!

Mercoledì 07 marzo, ore 16:56, Newcastle Library (NSW)

La pioggia ha cominciato a cadere mercoledì mattina e fra alti e bassi ha continuato fino a sabato notte. Naturalmente tenevamo controllate le previsioni (che ogni tanto si sbagliano anche qui) e abbiamo dovuto cambiare il nostro programma di parecchio, tanto che abbiamo saltato alcuni posti che dovevamo visitare. Nonostante il brutto tempo avevamo ancora qualcosa “al coperto” da visitare. La prima tappa è stato il Power House Museum, una specie di museo delle scienze naturali con un sacco di postazioni interattive ma con la piccola particolarità che è organizzato veramente male. Oltretutto stavano facendo anche dei lavori all’interno e quindi il casino era, se possibile, ancora più esagerato. L’unica sezione che ho trovato davvero interessante è stata quella relativa al design, dove erano esposti i vincitori di un concorso che hanno fatto nel 2011 e un’altra con gli oggetti più all’avanguardia che sono stati prodotti in Australia sempre lo stesso anno. Fra le altre cose mi ha colpito una borsa (stile quelle che si usano per andare in palestra o quelle che hanno le squadre di calcio) che può diventare una tenda monoposto!
Comunque sia dopo il museo il trenta si è diretto al vicino Paddy’s market e io ho passato due fra le ore più belle della mia vita con gli occhi spalancati a guardare la mostra su Harry Potter ospitata in un’ala separata del museo. Se qualcuno volesse dei particolari in più mi contatti per vie private.
Dopo aver raggiunto il trenta abbiamo fatto un giro assieme al mercato e ce ne siamo tornati piano piano con calma al campeggio (sempre sotto la pioggia battente) ed abbiamo passato la serata là, dove l’unico evento degno di nota è stato quando il vento ha rotto un ramo (della lunghezza di un braccio) di un albero che avevamo vicino al van, che c’è caduto sopra facendo in primo luogo tanto casino quanto avrebbe fatto se fosse caduto l’intero albero e in secondo luogo c’ha quasi fatto morire d’infarto.
Nei due giorni successivi la pioggia non c’ha mai abbandonati, ma noi avevamo ancora qualcosa in saccoccia e un po’ d’acqua non ci poteva certo fermare!
Ci siamo visitati così l’Art Gallery of New South Wales che ho trovato abbastanza interessante ma non entusiasmante se non per due cose: la prima era una mostra di opere fatte da ragazzi di scuole d’arte dello stato (MERAVIGLIOSA) e la seconda era una mostra (ospitata temporaneamente) su Picasso, organizzata in varie stanze che ne ripercorrevano l’evoluzione artistica.
Dato che la mostra su Picasso era a pagamento, il trenta ha deciso di non spendere soldi su qualcosa che non poteva capire ed è quindi andato a investirli sul tavolo verde del casinò locale.
Finito di visitare e rivisitare in lungo e in largo l’intera galleria ho deciso che era arrivato il momento di conoscere in modo più approfondito l’icona delle icone, l’edificio degli edifici: la Sydney Opera House!
Dopo aver percorso mezza città sotto la pioggia sono giunto a destinazione ed ho preso il biglietto per il primo tour disponibile. Dopo meno di un’ora ne stavo visitando le sezioni e le stanze, ascoltandone la storia che in certi punti ha dell’incredibile.
La domenica il tempo ha deciso di darci una tregua e così siamo andati a visitare i giardini botanici di Sydney, che quel giorno ospitavano anche una serie di concerti ed esibizioni di musiche tradizionali di varie parti del mondo. Ah si, mi sono dimenticato che la mattina, prima di andare in centro, abbiamo lasciato il campeggio e nonostante la nostra super organizzazione ce ne siamo andati in ritardo dato che il van era rimasto fermo un po’ troppo e la batteria si è scaricata.
Verso sera ha ricominciato a cadere la pioggia e così siamo andati al casinò…a dir la verità era già in programma, dato che quel giorno davano 20 dollari da giocare ai tavoli ed un piatto di fish and chips a chiunque si fosse registrato (ovviamente noi abbiamo piazzato un bel po’ di dati falsi e ci siamo sbaffati la cena gratis).
Lunedì mattina abbiamo scoperto che la batteria era ancora scarica e così, su consiglio di un ragazzo che avevamo trovato il giorno prima in campeggio, siamo andati a fare una specie di assicurazione (qui puoi girare anche senza se vuoi) che ti dà, fra le altre cose, l’opportunità di chiamare il loro servizio di pronto intervento 24 ore su 24 in qualsiasi parte del paese in cui ti trovi.
Dopo aver sistemato anche queste scartoffie ci siamo diretti (dulcis infundus) alla famosa Bondi Beach. Molti c’avevano detto di non andare perché, dicevano loro, troppo incasinata e piena di gente.
Sarà stato per il fatto che avevamo voglia di un po’ di sole o forse perché su 1000 persone 987 erano belle ragazze, ma noi non l’abbiamo trovata ne troppo affollata ne priva di interesse.
Così abbiamo passato tutto il giorno a Bondi (metà giornata in spiaggia e l’altra metà a camminare da e per la stazione che si trovava a due giorni a cavallo dalla spiaggia) e la sera ci siamo pure concessi di mangiare qualcosa in giro. Due giorni su due senza cucinare. Son soddisfazioni.
Martedì mattina siamo partiti da Sydney dopo aver chiesto aiuto (ricordo che la batteria era ancora scarica) ai vigili del fuoco che avevano parcheggiato la caserma proprio di fianco al nostro van. Guarda te la fortuna che si ha a volte!
Con un po’ di tristezza nel cuore ci siamo lasciati la città alle spalle e abbiamo iniziato il nostro viaggio verso nord. Avevamo in programma di visitare un parco nazionale subito a nord di Sydney, ma le nuvole minacciose che si vedevano all’orizzonte c’hanno fatto cambiare programma. Così siamo proseguiti ancora più su e ci siamo fermati nella cittadina balneare di The Entrance (io non so come si faccia a chiamare una città “L’Entrata”) e dopo aver steso i nostri bei teli sulla spiaggia abbiamo acceso la modalità “relax”. Il tempo nel frattempo era migliorato ed a parte una brezza un po’ insistente non si stava male. Dopo una mezz’oretta però, il vento ha cominciato a farsi insopportabile e io ho deciso di abbandonare la mia postazione e mi sono fatto una passeggiata sulla spiaggia. Il trenta nel frattempo stava scavando un tunnel per uscire dalla duna di sabbia che lo aveva sommerso fin che dormiva.
Dopo aver deciso che non sarei ritornato in spiaggia a farmi la sabbiatura mi sono messo a leggere in un parco lì vicino. Quando il trenta mi ha raggiunto abbiamo deciso di spostarci e siamo saliti in van. Batteria scarica, ancora una volta! Abbiamo capito che era da cambiare. Il fatto è che l’assicurazione che avevamo fatto sarebbe stata valida a partire da 48 ore dopo averla fatta, così abbiamo dovuto aspettare il mercoledì mattina, cioè oggi, giorno in cui sto scrivendo.
Insomma, ieri dopo aver constato che avremmo dovuto star fermi là ci siamo fatti un giro in paese ed abbiamo fatto un po’ di spesa, abbiamo cenato (in compagnia di una squadra di rugby che era venuta a fare un po’ di riscaldamento nel parcheggio dove eravamo) e abbiamo passato la serata in van a guardare un film.
Questa mattina abbiamo finalmente potuto chiamare l’assistenza e abbiamo cambiato la batteria. Speriamo che per un po’ non capiti nient’altro. Purtroppo il tempo oggi non è dei migliori (stamattina ha piovuto talmente tanto che per un po’ ho pensato che avremmo dovuto vendere il van per comprare una barca) e dopo essere arrivati a Newcastle siamo venuti in biblioteca. Nelle vicinanze ci sono un paio di belle spiagge e quindi credo staremo qui fino a quando il tempo non migliorerà.



Lunedì 26 marzo, ore 20:23, in un parcheggio qualsiasi di un paesino qualsiasi nella Gold Coast (QUEENSLAND)

Oggi sono esattamente sei mesi che stiamo vivendo a testa in giù, sei bellissimi mesi che c’hanno fatto vivere mille avventure e conoscere decine e decine di persone. Il fatto è che per noi sembra siano passati solo una manciata di giorni!
Da quando abbiamo lasciato Newcastle i nostri giorni sono stati talmente pieni che solo ora, dopo quasi venti giorni, ho trovato il tempo di scrivere.
Come accennavo in precedenza abbiamo aspettato il bel tempo e per nostra fortuna non abbiamo dovuto attendere molto. Nel primo giorno di sole a Newcastle ci siamo recati ai “bagni” (piscine scavate nella roccia ma riempite direttamente con l’acqua dell’oceano) costruiti negli anni venti ma che sono ancora ben conservati e devo dire anche molto usati. Il posto infatti era pieno di gente e abbiamo passato la giornata là, osservando i surfisti che si dilettavano al largo della spiaggia vicina e i bambini, probabilmente in gita di un giorno con la scuola, che nuotavano nelle acque sicure della piscina. Nel tempo in cui siamo rimasti ho capito due cose sugli australiani:
1) sanno prendersi i loro tempi per combattere lo stress del lavoro e della routine quotidiana (ho visto uno dei surfisti ritornare a riva, farsi una doccia veloce, vestirsi in giacca e cravatta e andare al lavoro);
2) ora mi è chiaro perché crescono in modo così selvaggio (i bambini della scolaresca, dopo un paio di nuotate hanno passato il resto del tempo appoggiati al bordo esterno delle piscine a beccarsi in faccia, con fior fior di risate, tutte le onde che si infrangevano lì, e qui le onde non scherzano, fidatevi).

Dopo Newcastle abbiamo cominciato a risalire la costa e con tutta sincerità l’abbiamo fatto anche più veloce del previsto dato che, per quanto fossero incantevoli i posti, per la maggior parte erano deserti o quasi e noi incominciavamo a sentire il bisogno di un po’ di compagnia.
E poi siamo arrivati a Byron Bay.
Posso quasi mettere la mano sul fuoco dicendo che nessuno, al di fuori di chi in Australia c’è già stato, conosce questa cittadina.
Nonostante conti circa 9000 anime è una delle mete preferite dai backpackers e quando vi ci si trascorre almeno un paio di giorni non si fatica a capire il perché!
Il posto sembra essersi fermato in qualche punto fra gli anni 60 e i 70, ma il fatto che vi siano hippy nudi che girano in bicicletta sembra non toccare i turisti “per bene” che si godono lì le loro vacanze.
Sembra quasi di essere catapultati in un altro mondo fatto di negozi dai colori (e dai prodotti) psichedelici, scuole di surf o di yoga, di caffè alla moda e di ristoranti per vegetariani. Ad aumentare il senso di diversità poi c’è anche lo stile di vita, talmente rilassato e diverso che lo si percepisce quasi fisicamente.
Il parco principale delle città è sempre affollato di famiglie con i bambini, di gente che fa yoga o jogging, di gruppi di ragazzi o di artisti che pitturano ispirati dal luogo. È veramente difficile descriverlo, e penso sia quasi impossibile capire di cosa sto parlando se non si è già stati là.
Comunque sia il giorno dopo essere arrivati abbiamo conosciuto un altro gruppo di backpackers, evento che ha cambiato radicalmente la nostra permanenza a Byron e in certi punti anche quella in Australia.
Gli elementi in questione sono Andi (tedesco), Nikita (tedesco) e Tom (inglese). I tre stanno viaggiando insieme da un po’ e se mi mettessi a raccontare metà delle loro avventure potrei scrivere per ore. Sta di fatto che alla fine ci siamo fermati là per otto giorni, passando le nostre serate a divertirci insieme a loro (ed anche ad altra gente) alternando le serate fra una birra al Woody’s e il Cheeky Monkeys (per chi conosce il locale sa bene di cosa parlo) dove ogni pazzia che ti viene in mente può diventare realtà.
Le giornate iniziavano più o meno a mezzogiorno e quando il tempo lo permetteva (mai vista tanta pioggia in vita mia) si stava in spiaggia o nel parco, altrimenti ci si infilava abusivamente in uno degli ostelli del posto per guardare film, conoscere gente e ricaricare i vari aggeggi elettronici.
Nonostante il divieto assoluto di dormire dentro il van in qualsiasi luogo, Byron Bay è popolata e affollatissima di backpackers da ogni dove e di ogni tipo, e naturalmente tutti dormono dentro il proprio furgoncino dove gli pare e piace. Che poi la polizia venga a svegliarti alle 4 e mezza di mattina dicendoti che non puoi star lì poco importa. Se hai voglia ti sposti e altrimenti resti lì lo stesso: la polizia il suo dovere l’ha fatto (ti ha avvisato) e tu anche (hai ascoltato). Insomma, in poco più di una settimana Byron si è aggiudicata un bel posto sul podio fra i nostri luoghi preferiti nella terra dei canguri.
Dopo quei fantastici otto giorni è arrivato tuttavia il momento di dire addio anche alla “terra promessa dei backpackers” e assieme agli altri ci siamo diretti verso Surfers Paradise, una cittadina al di là del confine conosciuta come la Miami australiana e come la capitale del divertimento in Queensland.
Anche lì, come già in precedenza a Byron Bay, siamo arrivati sotto una pioggia incessante (gli ultimi temporali della stagione umida che sta per finire, per fortuna) ma l’impatto non poteva essere più diverso. Quanto BB era semplice e accogliente, tanto Surfers è caotica e chic, quanto BB è popolata di casette ad un solo piano immerse nel verde, tanto Surfers è incorniciata da grattacieli e negozi dove paghi solo a guardare dentro, tanto la gente di Byron è semplice e gentile, quanto Surfers è popolata di persone “d’alto livello” che bisognerebbe prendere e buttarle nel fuoco.
No, scherzo ovviamente! Il deserto andrebbe meglio, un po’ più di agonia.
Sarà anche una cosa personale ma ho odiato il posto fin da subito e la sera, quando siamo usciti per girare un po’ fra i locali, il senso di repulsione è aumentato talmente tanto che me ne sono tornato in van senza mettere piede in nessun posto.
Il giorno dopo per fortuna ha ricominciato a splendere il sole e così abbiamo passato (purtroppo) l’ultima giornata assieme agli altri che si sono diretti verso Brisbane. Dato che devono essere a Darwin entro il 17 aprile (Nikita ha il volo di ritorno per quella data) devono visitare una bella fetta di paese piuttosto di fretta e quindi non possiamo viaggiare assieme, dato che noi che un biglietto di ritorno ancora non ce l’abbiamo e possiamo prendercela comoda.
Ora per fortuna ci siamo allontanati da quella città infernale e ci stiamo godendo un po’ di giorni fra i parchi tematici che ci sono in giro (un biglietto, tre parchi, entrate illimitate) passando il tempo fra un tuffo da uno degli scivoli da brivido del “Wet ‘n Wild” o sfrecciando a più di 100 km/h in una delle montagne russe degli Worner Bross Studios.
La prossima tappa sarà Brisbane…ed è solo l’inizio della nostra avventura in Queensland!

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Dialogo fra un adolescente di un posto sperduto in Queensland e un viaggiatore italiano che stava leggendo nei paraggi:

A(do): Ehy, ciao! Come va?

G(ian): Ehy! Insomma, oggi sono un po’ ammalato. Te?

A: Tutto bene. Vivi in van?

G: Si, sto viaggiando per l’Australia. Sono qui con un amico, ma ora non è qua lui.

A: Ah, deve essere difficile.

G: Solo a volte, ma comunque è bello.

A: Senti…hai per caso dell’erba o qualcosa da fumare?

G: No mi spiace, io non fumo!

A: (con faccia sbalordita) E cosa fate quando siete annoiati???

G: (con faccia ancora più sbalordita e dopo un momento per riprendersi dallo shock) Beh sai…viaggiando non è facile annoiarsi, si incontrano persone, ci si diverte…

A: Ah…ok, ciao.

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  • 2 mesi fa
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Quanta strada abbiamo fatto? Quanta strada ci manca da fare? Scopritelo con noi…

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  • 2 mesi fa
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Magica Sydney (settimana uno)

Venerdì 02 marzo, ore 12:45, State Library of New South Wales - Mercoledì 07 marzo, ore 13:56, Newcastle Library (NSW)

E poi la grande città. Il posto che nell’immaginazione dei più rappresenta l’Australia. Molte delle persone che abbiamo incontrato c’avevano detto che erano scappati di lì perché “troppo caotica” o “troppo grande”. Personalmente ne sono rimasto incantato…
Siamo arrivati a Sydney mercoledì 22 febbraio e secondo le previsioni la sera avrebbe dovuto piovere, ma per nostra grande fortuna la giornata è stata meravigliosa (e la serata pure).
Dopo aver trovato il campeggio dove poter soggiornare durante la nostra permanenza, abbiamo comprato il biglietto per spostarci liberamente con i trasporti pubblici (biglietto giornaliero con corse illimitate su treni, bus, tram e traghetti: 21 dollari, biglietto settimanale con le stesse caratteristiche: 43 dollari. Logica australiana, valla a capire te). Insomma, dopo esserci assicurati di poter girare in lungo e in largo per una settimana ci siamo diretti subito all’edificio che caratterizza Sydney (e forse l’Australia intera) più di ogni altro: l’Opera House!
La vista che accoglie chi scende alla stazione del Circular Quay è a dir poco meravigliosa: a sinistra si vede l’Harbour Bridge (altra icona della città) e a destra l’Opera House. Un bellissimo benvenuto da parte della città!
Così, quando siamo usciti dalla stazione siamo subito andati a vedere il complesso: per arrivare si attraversa il molo con tutti i traghetti che partono e che arrivano da una parte e i negozi ed i bar dall’altra. Se si allunga la vista fino all’altro lato della baia, poi, si può vedere come la città sfumi da grattacieli e palazzi ad edifici più anonimi per arrivare infine alla vera e propria zona residenziale, dove le casette che si affacciano sul mare sono sommerse dalla vegetazione. Quando siamo arrivati all’Opera House ci siamo limitati a visitarla da fuori e ci siamo informati sui prezzi per le visite guidate, rimandandole poi ad un altro giorno. Da lì siamo poi andati nella zona denominata “the rocks” e successivamente abbiamo attraversato l’Harbour Bridge a piedi, andando fino a Sydney North. Dopo essere tornati nella CBD abbiamo fatto una passeggiata lungo il Millers Point, la zona che si trova ad ovest del Circular Quay. Dato che dovevamo aspettare le sette per incontrare uno dei gruppi scout di Sydney (avevo preso contatti già da un mese circa) ci siamo fatti un giro per quello che si potrebbe definire il centro città, girovagando un po’ a casaccio. Beh…totalmente a caso a dir la verità.
Verso le sei abbiamo preso il treno per dirigerci a nord, dove si trova la sede scout, e da lì abbiamo percorso un breve tratto di strada a piedi e siamo arrivati nello stesso istante in cui è arrivato Chris (il capo reparto). Dopo esserci presentati abbiamo fatto due chiacchere e nel frattempo i ragazzi hanno cominciato ad arrivare. Così ho partecipato alla loro riunione e parlando con i capi ho scoperto 1000 differenze fra lo scoutismo italiano e quello che fanno loro e altre 1000 domande sono rimaste senza risposta. Fra le altre cose ho insegnato a loro un paio di bans (cosa che a quanto pare è sconosciuta qui) e si sono divertiti parecchio. Se mandiamo qua Nicola fanno sagra!
Insomma, dopo l’esperienza scoutistica d’oltre oceano siamo ritornati in campeggio, ci siamo lavati e abbiamo cenato ad un orario improponibile.
Il Giovedì mattina dato che il tempo era a dir poco meraviglioso abbiamo preso il traghetto che dal Circular Quay porta fino a Manly, a nord est rispetto al centro città. Come la storia infinita (dopo esserci salutati almeno 10 volte nei 7 giorni precedenti) abbiamo incontrato ancora una volta Chiara e Giorgia e siamo stati con loro un po’, ascoltando le loro (dis)avventure e facendo un giretto per la cittadina. Dopo esserci divisi (loro dovevano spostare la macchina e andare a surfare) ci siamo fatti una passeggiata nel vicino parco naturale ed abbiamo ammirato le bellissime spiagge dei dintorni. Dato che la sera avevamo un appuntamento con un mio lontano parente, abbiamo pensato che fosse il caso presentarci se non ben vestiti almeno lavati e così siamo ritornati in campeggio nel tardo pomeriggio. Abbiamo passato, quindi, la serata assieme ad Isacco e a parte un locale in cui non c’hanno fatto entrare (causa scarpe da ginnastica!) per il resto è stata una serata piacevole.
Leggendola così si può pensare che Sydney sia una città un po’ da fighetti e che devi andare in giro ben tirato se non vuoi far brutta figura. La realtà è ben diversa: non so per quale astruso motivo nella maggior parte dei locali (e non sto parlando solo di Sydney) non puoi entrare con i pantaloni corti o con le scarpe da ginnastica di sera, ma per il resto del giorno puoi andare in giro scalzo, a petto nudo e brandendo un ascia da guerra e nessuno ti dice niente. Va beh…Australia…
Il venerdì è stata una giornata piuttosto piena, sempre all’insegna del bel tempo: per prima cosa siamo andati a visitare il Sydney Museum dove in questo periodo oltre alle collezioni permanenti c’erano anche un’altro paio di mostre temporanee molto interessanti. La prima era una raccolta di fotografie, video e racconti di un gruppo di studenti che qualche anno fa si sono fatti notare per delle “opere” di denuncia che hanno esposto in giro per Sydney, modificando cartelloni pubblicitari o creandone di propri, dai temi più svariati ma sempre a sfondo sociale. Da notare che tutti gli studenti sono ora degli avvocati che continuano a battersi su quelle questioni.
La seconda mostra riguardava gli albori del surf a Sydney nella famosa spiaggia di Bondi negli anni ‘60. Anche qui foto, filmati e racconti oltre ad una bellissima mostra di tavole da surf.
Dopo il museo ci siamo diretti un po’ più a sud, ad Hyde Park, ed abbiamo visitato la vicina St. Mary’s Cathedral e l’Anzac Memorial, un monumento in ricordo di tutti i soldati australiani caduti in guerra. Avendo finito di visitare il tutto un po’ prima del previsto ci siamo diretti ancora una volta all’Opera House (che è sempre bella da vedere anche dopo 10 volte) e ci siamo informati sui prezzi per guardare qualcosa. Dire proibitivi (per le nostre tasche) è dire poco.
Dopo aver compiuto il solito viaggio di andata e ritorno dal campeggio abbiamo passato la serata in centro, andando prima a fare un giro di ricognizione al casinò e poi ci siamo concessi un frappé sul Darling Harbour. La città è già bellissima di giorno, ma di notte è veramente qualcosa di incantevole. Se non lo si sapesse non sembrerebbe nemmeno di trovarsi in una metropoli di 4 milioni di abitanti. Dopo un po’ siamo stati raggiunti ancora una volta da Chiara e Giorgia (che devono aver perso qualche lezione sulle parole “restate ferme lì che vi raggiungiamo noi”) e siamo andati a bere qualcosa assieme, purtroppo un po’ di fretta dato che io e il trenta dovevamo prendere il treno per tornare in campeggio.

Camp Cove non si trova molto distante dal centro cittadino, e prendendo un traghetto ci si arriva in poco meno di mezz’ora. Il sabato mattina ci siamo diretti lì per fare un’altra delle nostre passeggiate (tentativi inutili e faticosi per far calare la pancia che, ne siamo certi, ci porteremo come souvenir in Italia) passando da spiagge meravigliose con l’acqua talmente bella che abbiamo maledetto più e più volte di non avere il costume con noi. Avremmo avuto anche l’opportunità di fare il bagno senza preoccuparci tanto di cosa indossare dato che abbiamo trovato anche una spiaggia di nudisti, ma dato che l’età media degli occupanti era 135 anni a gamba abbiamo continuato con la nostra passeggiata.
Verso le tre siamo letteralmente scappati da Camp Cove, non per che il tempo fosse peggiorato ma solo per il fatto che ci trovavamo vicino ad un ristorante che faceva Fish and Chips (anche) da asporto e l’unico modo per resistere alla tentazione di abbuffarci è stato quello di prendere il traghetto e ritornare in città. Ho ancora l’acquolina in bocca se penso al profumo. Da quando siamo arrivati a quando siamo scappati (circa quattro ore dopo) ci sono sempre state almeno venti persone in fila, il che mi fa pensare che fosse davvero, davvero, davvero buono. Se qualcuno dovesse passare in zona ed andare a mangiar lì mi faccia sapere cosa mi sono perso, grazie. La sera ci siamo trovati con Giorgia e Chiara e siamo stati prima a guardare uno spettacolo di fuochi d’artificio al Darling Harbour (mi dispiace dirlo ma quelli che fanno alla fine della sagra di Macaccari sono meglio) e poi siamo andati a ballare in un locale lì vicino. Non so se l’ho già scritto ma qui in Australia vanno molto i locali con musica dal vivo e i disco-pub quindi trovare un posto dove andare a ballare generalmente non è un problema. Il fatto che all’una finisca tutto è un altro discorso…
La domenica mattina ci ha sorpreso con un po’ di pioggia ma per fortuna solo qualche goccia. Io mi sono recato in centro un po’ prima del trenta e sono andato a messa e dato che ero lì ho fatto poi anche il tour guidato che raccontava un po’ la storia della cattedrale. Il trenta (che mi ha raggiunto dopo la messa) si è stufato di ascoltare dopo 12 minuti circa e si è ritirato.
Dato che il tempo continuava ad essere incerto abbiamo optato per visitare un luogo che non mettesse a rischio la nostra asciuttità e siamo andati all’acquario. Sinceramente mi aspettavo qualcosa di meglio e a parte la vasca con gli squali e quella con i granchi giganti (GIGANTI!!!) il resto non mi ha entusiasmato parecchio.
Dopodiché ci siamo fatti un giro per il centro e poi siamo tornati in campeggio verso sera, dove abbiamo passato la serata a giocare a carte.
Il lunedì abbiamo preso il traghetto per dirigerci, questa volta, allo zoo. Se qualcuno dovesse mai andare a Sydney non deve assolutamente saltare questa tappa!
Siamo arrivati poco dopo l’apertura e ci siamo rimasti quasi fino alla chiusura e tutti e due l’abbiamo trovato veramente entusiasmante. Il posto è veramente grande ed è diviso in sezioni, dal “safari africano” alla zona con tutti gli animali australiani e via dicendo. Io mi sono letteralmente innamorato del leopardo delle nevi. Credo che cercherò di comprarne uno quando tornerò. Beh, se qualcuno vuole regalarmelo per il compleanno non mi arrabbio.
Così arriviamo al martedì, che è stato tutto un susseguirsi di improvvisazioni: la mattina, dato che avevamo l’ultimo giorno di abbonamento per i traghetti, ne abbiamo preso uno e ci siamo diretti verso ovest, esattamente a Cockatoo Island. Come ho detto non era una tappa in programma quindi non sapevamo cosa aspettarci. Dopo una settimana devo ancora capire quello che siamo andati a vedere. Per darvi una descrizione approssimativa posso dirvi che l’isola era un ex cantiere navale, infatti vi si trovano ancora gli immensi edifici dove venivano prodotti e poi assemblati i vari componenti. Tutti i macchinari e capannoni vari si trovano ancora là, in parte ristrutturati ed in parte meno, in parte accessibili e in parte no.
Su parecchi muri si trovano murales (alcuni dei quali molto belli) e in alcuni ambienti ci sono delle opere di artisti dei giorni nostri che mi hanno fatto a dir poco schifo: una stanza buia con un carro armato gonfiabile fosforescente o una stanza con dei “cristi” in oro massiccio (quelli da cantiere, mica crocifissi si intende) o una galleria scavata nella roccia illuminata da neon rossi, dove venivano riprodotti suoni piuttosto fastidiosi come rumori di macchinari o sirene…mah…
Dopo essere resistiti per quasi un’ora abbiamo deciso di prender il traghetto e siamo ritornati in centro. Dopo un breve consulto abbiamo deciso di andare al Wild Life, altro posto con gli animali australiani in mostra e l’unico motivo per il quale ci siamo andati è stato perché, avendo comprato il biglietto per l’acquario e per la Sydney Tower, quello ci veniva quasi gratis.
Così abbiamo speso l’ora successiva a guardare ancora una volta canguri, koala, ragni giganti ed innocui o ragni minuscoli e mortali. Oltre alla solita schiera dei serpenti più velenosi del pianeta.
Vicino al Wild Life si trova il Chinese Garden of Friendship, un giardino “donato” dalla comunità cinese del luogo per onorare non ricordo quale importante anniversario della città.
Sarà stato per il fatto che si è circondati da alberi e si cammina fra pagode affiancate a piccole cascate ma sembrava davvero di non essere più nel pieno centro cittadino. I tre dollari che abbiamo dato per entrare (con lo sconto studenti) sono stati ben spesi. Se state pensando “ma studenti dove???” vi ricordo che abbiamo ancora la tessera che ci avevano dato quando studiavamo a Melbourne. Scaduta mesi e mesi fa, ma noi continuiamo a propinargliela e a quanto pare funziona!
La sera siamo ritornati in centro e siamo andati per la prima volta a vedere l’Opera House in versione notturna. Poco prima di arrivarci ci siamo fermati in un supermercato e abbiamo comprato due giga-brioche (vuote) e la bellezza di 900g di budino al cioccolato (per me) e altri 900 di crema alla vaniglia (per il trenta). Così, giusto perché non siamo ingrassati abbastanza.
Comunque sia, armati delle nostre belle bombe caloriche siamo andati fino al Circular Quay e poi al trenta è scattata la lampadina: “Perché non prendiamo un traghetto e ci guardiamo la città in notturna dalla baia?” infondo il nostro abbonamento era ancora valido.
E così abbiamo fatto, dopo essere saliti sul primo traghetto disponibile ci siamo seduti in posizione tattica per avere una bella vista sulla città ed abbiamo cominciato a farcire le nostre bamboline.
Una brioche gigante farcita con budino al cioccolato tanto da farla quasi scoppiare. Un esperienza surreale. Mi viene da piangere dalla felicità se ci ripenso. Si, anche la città illuminata in lontananza aveva il suo fascino.
A parte gli scherzi, il traghetto che abbiamo preso era quello che si dirigeva a Manly, quindi abbiamo potuto goderci la città da est ed il suo skyline con i grattacieli, l’Harbourn Bridge e l’opera House sono uno spettacolo che ognuno dovrebbe concedersi se ci dovesse andare. Naturalmente, come succede sempre quando se ne ha disperatamente bisogno, non avevamo le macchine fotografiche con noi… Ma io porterò sempre con me quel ricordo.
Giga-brioche…
Dopo essere ritornati da Manly con gli occhi e l’anima pieni dello spettacolo appena visto e la pancia piena di cioccolata e vaniglia, abbiamo preso la strada verso il campeggio. La prima settimana in Sydney si chiudeva in maniera meravigliosa. Come sarebbe stata la seconda?

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  • 2 mesi fa
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I cieli di Young

Sabato 18 febbraio, ore 11:05, Hiltona Farm, Young (NSW)

Un’altra settimana è volata via pulendo e vuotando grate di prugne. Alla fine di lavoro per una settimana ce n’è stato e in più faremo altri due o tre giorni e poi partiremo verso Sydney!
Qui dove siamo ora il sabato non si lavora. La famiglia proprietaria è molto religiosa (fa parte di una chiesa che si chiama Seven Days Creation Church o qualcosa del genere) e per loro il primo giorno della settimana è la domenica, di conseguenza il sabato (che inizia dopo il tramonto del venerdì e finisce dopo il tramonto del sabato stesso) si sta a casa.
In questi giorni il nostro lavoro principale è stato quello, come avrete di certo capito, di prendere le grate di prugne secche che escono dal forno e vuotarle nei bins.
Il bello di questo posto è che sembra essersi fermato agli anni 60. Macchinari antichissimi, poco o nulla di automatizzato e tanto, tanto, tanto lavoro da fare a mano. E poi il posto stesso è qualcosa di meraviglioso. Ci troviamo in una zona piuttosto collinare con con un passaggio verdeggiante ovunque si guardi. La cosa che porterò dentro per sempre, comunque, è il cielo che è qualcosa di magnifico in ogni ora della giornata: la mattina quando ci svegliamo vediamo il sole sorgere da dietro le colline che colora tutto di un rosso/arancio infuocato che sfuma fino ad un blu profondo;
il pomeriggio l’azzurro del cielo è luminoso al limite dell’immaginazione e le nuvole bianchissime si perdono oltre la linea dell’orizzonte che sembra essere a centinaia di chilometri da qui, la sera il tramonto sembra tirato fuori da qualche quadro del romanticismo, dove il paesaggio si colora d’oro e le nuvole vanno dal giallo ocra al viola, ed infine la notte tutto si copre di una miriade di stelle. È un’emozione ogni volta.
Lunedì sera Giorgia e Chiara sono venute a cena qui e poi abbiamo passato la serata a chiacchierare e a maledire le zanzare che hanno banchettato con noi. Nel senso proprio che c’hanno salassati. Dove siamo parcheggiati con il van è pieno di quelle bestiacce, penso di essere stato punto talmente tanto da aver perso metà del sangue.
Martedì sera dopo il lavoro ci siamo fermati a parlare con Steven (il fratello di Chris, che assomiglia al meccanico Maini di Casaleone e per questo si è guadagnato il soprannome di Steven Maini). Dicevo…abbiamo parlato con Steven che c’ha raccontato la storia della sua conversione e di come, circa 15 anni fa sia diventato credente.
Nella farm lavorano anche i figli di Chris: Edward, che sembra il principe Henry d’Inghilterra, poi Isaac che ha 18 anni e sembra tirato fuori da qualche serie televisiva americana: 190 centimetri di muscoli che girano indossando shorts, camicia a maniche corte,ryban ed una bandana attorno al collo. Fa un po’ invidia quando tu sei lì che giri vestito da barbone ed ogni volta che corri senti la panza che balla. Infine c’è Landzer (credo si scriva così ma non sono sicuro) che ha 16 anni e quando guida sembra che abbia in mano un caccia. Tutti qui girano con addosso un cappello a tesa larga…sembra davvero di essere tornati indietro nel tempo.
Nonostante siano i figli del proprietario sono sempre fra i primi a iniziare a lavorare e gli ultimi a smettere e non c’è traccia di superiorità nei loro atteggiamenti, anzi, sono veramente umili e sempre disponibili se hai bisogno di qualcosa.
Come ho già detto Chris è il boss ed è una persona talmente gentile e semplice che non diresti mai che qui è tutto suo e che la sera si lava facendo il bagno nei soldi. I primi giorni abbiamo avuto l’impressione che ci avesse dato da lavorare solo per il fatto che glielo abbiamo chiesto, non perché avesse realmente bisogno di persone in più. Ha una pronuncia talmente marcata che le prime volte mi trovavo a rispondere “ok” senza aver capito una parola. “A couple of hours” con lui si trasforma in “acaploaua”, cosa che gli è valsa il soprannome di Acaploaua Chris.
La sua è una farm che fa agricoltura biologica e oltre alla prugne ha anche le pesche, le ciliegie, le pecore e non so cos’altro ed è talmente grande che dobbiamo essere scarrozzati in giro con la macchina per arrivare nelle parti più distanti da dove abitiamo. Ed il bello è che non è nemmeno tutto qui!
Il posto dove lavoriamo adesso è stato rimesso in funzione un paio di mesi fa, recuperando un vecchio impianto di essiccazione (sempre delle prugne). Edward, che ha studiato ingegneria, si è occupato di rimettere bene i vecchi macchinari e di costruire i nuovi carrelli con le grate e tutto il resto. Dopo la raccolta la frutta viene messa in una macchina che fa una prima pulizia sommaria dalle foglie e dai rami e poi vengono messe nella famose grate, che sono impilate a gruppi di trenta su grandi carrelli che vanno messi in “forno”. Lì restano per una ventina di ore ad una temperatura di 80°. Finito questo passaggio i carrelli vengono lasciati a raffreddare all’aria aperta per una mezz’ora e poi entriamo in gioco noi. Durante l’essiccazione le prugne perdono il 66% del loro peso e per ogni bins di frutta secca ce ne vogliono tre di frutta fresca. Da lì, poi, i bins vengono spediti in un’altro posto che divide le prugne a seconda della grandezza, finisce la pulizia dalle foglie e dai rami che sono rimasti, le “cuoce” con il vapore per farle diventare più morbide e poi le impacchetta ed il tutto, infine, viene rispedito qui in farm che vende ai vari negozi e supermercati.
Penso non ci sia bisogno di spiegare come, poi, le prugne passino dagli scaffali ai water.
Per tutta la settimana abbiamo lavorato fino alle 7 di sera o più in là, non stanchissimi ma sicuramente bisognosi di una doccia, ed ogni sera c’erano le zanzare ad aspettarci per la cena. La loro.
Per la maggior parte del tempo siamo da soli a lavorare nell’impianto di essiccazione, ciò implica il fatto che dopo un paio d’ore ci mettiamo a fare il controllo qualità sulle prugne, secche o fresche che siano. Ne mangiamo talmente tante da far invidia alla Marcuzzi e ai suoi bifidus.


Lunedì 20 febbraio, ore 21:42, Hiltona Farm, Young (NSW)

Oggi abbiamo fatto l’ultimo giorno dalla famiglia Hiltona. Devo dire che mi dispiace perché sono veramente delle belle persone.
La stagione delle prugne è giunta al termine e in più io ed il trenta sentiamo il bisogno di partire. Dopo due settimane di lavoro ora ci prendiamo un mese di meritate ferie! Domani mattina partiremo per Sydney e poi sempre più su, lungo l’East Coast per arrivare fino a Cairns…non sto più nella pelle!
Per ora vi lascio le foto di questi ultimi venti giorni…a presto!

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Consigli e trucchi per un viaggio sereno, cosa bisognerebbe evitare di fare. Ovvero l’osteria degli aneddoti. (PARTE 2)

1- Se salti da una cascata alta dieci metri tieni la bocca ben chiusa, o i tuoi denti potrebbero non reggere il colpo.
2- Strade in salita potrebbero portare alcuni oggetti in ceramica e/o vetro nella parte posteriore del van.
3- Il portellone posteriore va aperto con cautela dopo aver percorso strade in salita.
4- Oggetti in ceramica e/o vetro non hanno un buon rapporto col cemento.

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  • 3 mesi fa
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Cascate, prugne, serpenti e wipa snipa…

Martedì 31 gennaio 2012, ore 20:23, qualche chilometro a SE di Orange (NSW)

Il giorno in cui abbiamo lasciato Wollongong abbiamo passato la mattinata in biblioteca a navigare nel web, mentre fuori il tempo continuava ad essere uggioso.
Dopo aver fatto la spesa per la settimana a venire, tuttavia, è spuntato un timido sole e ne abbiamo approfittato per farci una nuotata nelle piscine naturali della città. Verso le quattro, poi, siamo partiti dalla città per dirigerci a nord. Non molto distante si trova un bellissimo ponte sulla costa (vedi le foto) che si può percorrere anche a piedi. La camminata è stata piuttosto suggestiva, anche per il fatto che si poteva vedere la tempesta che in lontananza nell’oceano che si avvicinava piano piano. Arrivati a metà ponte ce la siamo beccata tutta.
Qualche mezz’ora dopo abbiamo parcheggiato il van presso un punto panoramico ad un paio di chilometri dal Royal National Park e lì vi abbiamo passato la notte, godendo prima di un bellissimo tramonto e poi della spettacolare vista dell’oceano, la baia sottostante e le luci di Wollongong che brillavano in lontananza. Data la fortuna di trovarsi lì, la mattina dopo ci siamo svegliati anche per vedere l’alba che, nonostante la presenza di qualche nuvola, è stata a mio parere molto suggestiva.
Entrati nel parco la domenica mattina ci siamo diretti presso una spiaggia indicata per nuotare.
Il posto si raggiungeva dopo una breve camminata nella foresta ed anche se non era caratterizzata da una sabbia bianchissima ed un acqua cristallina, si distingueva per il fatto che si trovava nel punto d’incontro tra l’acqua salata e quella dolce di un torrente proveniente dall’interno del parco, la quale raggiungeva l’oceano dopo un salto di 10 metri dalle vicine cascate.
Essendoci un bel sole splendente abbiamo passato la giornata là, fra una nuotata e un paio di passaggi con il pallone, mano a mano che la spiaggia si riempiva.
Nel pomeriggio alcuni ragazzi hanno cominciato a saltare giù dalle cascate, e dopo l’esitazione iniziale ci siamo uniti anche noi. Eh si, erano parecchio alte.
Poco prima di lasciare il posto ho deciso di fare un ultimo salto. Se prima potevo dire di aver lasciato il cuore in quel posto, ora posso aggiungerci anche un pezzo di dente.
Cotti a puntino siamo risaliti sul van nel primo pomeriggio e dopo aver sfiorato Sydney (siamo passati meno di 20 km dal centro) ci siamo diretti ad ovest verso le Blue Mountains.
Le montagne portano questo nome per via degli oli rilasciati nell’aria dalla flora che le abita (è una foresta pluviale, credo) che le conferiscono un colore bluastro quando si osserva il panorama. Così, fra la giornata di ieri e di oggi ci siamo fermati nei vari paesini, punti panoramici e sentieri che caratterizzano questa splendida zona. I paesaggi sono da togliere il fiato e fare una passeggiata nella foresta immersi in un mondo color smeraldo tra cascate ed alberi maestosi è qualcosa di unico.
Fra le altre cose abbiamo assistito anche ad uno spettacolo di danze e musiche tribali, prima di ammirare la vista della vallata sottostante da una funivia a più di 300 metri d’altezza (la quale, con mio grandissimo piacere, a metà percorso ha cominciato a dondolare a causa del vento). Nel giro di tre giorni siamo passati da spiagge e mare a montagne e foreste. L’Australia continua ad essere meravigliosa. Anche con un dente rotto.

Sabato 11 febbraio 2012, ore 08:46, Hiltona Farm, Young (NSW)

Dopo esserci lasciati alle spalle i meravigliosi paesaggi delle Blue Mountains ci siamo diretti ad Orange, una cittadina famosa per i suoi vigneti e per la raccolta delle mele. Arance non ce ne sono, anche se poi in città (mi chiedo il perché) c’è un colore che predomina sugli altri. Siamo arrivati là la mattina di mercoledì 1 febbraio e siamo andati dritti sparati all’ufficio che si occupa del lavoro nelle farm. Ovviamente c’hanno detto che di lavoro non ce n’era e c’hanno consigliato, comunque, di fare un giro nelle farm attorno alla città per sentire.
Così abbiamo preso la nostra bella casa mobile ed abbiamo cominciato a girovagare nei dintorni alla ricerca di un maledettissimo lavoro. Non c’abbiamo messo molto a capire che di possibilità non ce n’era nemmeno una e tutti i farmer c’hanno detto che, a causa dell’estate più fredda degli ultimi 50 anni (che culo), la raccolta era stata rimandata di due o tre settimane.
Forti dell’esperienza in Shepparton abbiamo subito deciso che saremmo stati in città un’altro paio di giorni al massimo e poi, nel caso non fosse saltato fuori niente, ce la saremmo filata.
Così, per ammazzare un po’ il tempo ci siamo rintanati in biblioteca a gironzolare per i soliti siti e a controllare la lista di film da noleggiare, eventualmente, per la serata.
Dopo non poco tempo, però, sulla pagina facebook dell’Harvest Job (l’ufficio di cui dicevo prima) è uscito l’annuncio che cercavano 15 persone a Young e gli interessatati dovevano recarsi subito da loro. Dopo nemmeno un’ora avevamo ottenuto il nostro bel lavoro in farm.
Per chi non lo sapesse Young è una cittadina che, per gli standard australiani, si trova vicino ad Orange…basta fare giusto giusto 200 km!
Felici di non essere più disoccupati, un paio di ore più tardi eravamo arrivati a destinazione!

È possibile, in una settimana, cambiare tre posti e fare quattro tipi di lavoro diversi? È possibile passare dallo raccogliere prugne, al tagliare l’erba, a fare l’impianto d’irrigazione di un campo, al tornare a raccogliere prugne e al lavorare negli impianti di essiccazione delle prugne stesse? Evidentemente è possibile, perché noi ce l’abbiamo fatta.
Ma partiamo dall’inizio: come dicevo, mercoledì pomeriggio siamo arrivati a Young e abbiamo incontrato John, il nostro capo. John è un omone alto più o meno due metri e con una massa corporea pari a quella di un elefante indiano, con la particolarità che tutto quello che ha attaccato alle ossa non è grasso, ma muscolo. Per questo si è guadagnato il soprannome di Giant John. Nonostante le apparenze, comunque, è un tipo molto simpatico e anche di poche (all’inizio pochissime) parole.
Dopo esserci presentati ci siamo parcheggiati con il van nel giardino dietro casa, nella zona dedicata ai lavoratori che vivono lì. Secondo quanto c’avevano detto in ufficio, dovevano essere presenti già una coppia di francesi, una coppia di tedeschi e due ragazze italiane (queste ultime però non erano in farm quando siamo arrivati noi) . Essendo pomeriggio inoltrato il lavoro di raccolta era già finito quindi ognuno si stava rilassando dopo la giornata di lavoro.
Il posto, se pur spartano, aveva tutto ciò di cui si può aver bisogno: bagni con docce calde, la cucina con il frigo e i fornelli e anche una grande tettoia con un paio di tavoli, dove si poteva mangiare o rilassarsi. Dopo un paio d’ore avevo già fatto amicizia con i due francesi: Emily e Yannic. Loro vengono dalla Bretagna e anche per loro, come per noi, quella con John è stata la loro prima esperienza in farm. Ci siamo fatti spiegare come funzionava il lavoro e quanto era la paga e poi, dato che ce n’era l’opportunità, ci siamo fatti una bella doccia calda. La sera alle otto e mezza qui fa buio, e dato che gli altri erano stanchi e in mezzo alle campagne australiane non c’è molto da fare, verso le nove ci siamo rintanati nel van a leggere o ascoltare musica.
Il giovedì mattina ci siamo alzati alle 06:15 dato che alle sette bisognava essere pronti per la raccolta.
Per quello che c’anno detto (ed è facile crederlo) la raccolta di prugne è uno dei lavori più facili che si possa fare in una farm. Ognuno ha una specie di secchio che si “indossa” a mo’ di zaino che al posto di stare appoggiato alla schiena sta sul davanti e deve raccogliere tutti i frutti che si trovano su un’albero, senza guardare se sono maturi o meno, se sono piccoli, grossi, belli, brutti, alti, bassi, biondi o con i capelli castani. Non ci sono pause prestabilite ed ognuno può fermarsi per riposare o per mangiare quando vuole, tanto si viene pagati a seconda di quanto si raccoglie.
E così giù a raccogliere prugne alla velocità della luce. Il trenta per andare più veloce immaginava di raccogliere centesimi! Secchi e secchi di prugne…diciamo che con il nostro lavoro abbiamo mandato tanta gente a c…….
Verso le dieci, purtroppo, ha cominciato a piovere e circa un’ora dopo, dato che gli alberi erano troppo bagnati, c’hanno fatto smettere. Infreddoliti e fradici siamo ritornati in farm e dopo esserci lavati e ristorati ognuno ha trovato un proprio modo per ammazzare il tempo aspettando che la pioggia smettesse di cadere. Ha continuato ININTERROTTAMENTE fino alle 3 di notte.
Il venerdì c’hanno fatto iniziare a lavorare alle dieci, dato che il tempo era migliorato ma bisognava aspettare che gli alberi si asciugassero un po’. Sarà perché qui non amano ammazzarsi di lavoro, sarà perché abbiamo iniziato tardi ma alle quattro del pomeriggio c’hanno fatto smettere. Nel frattempo abbiamo conosciuto Chiara (da Bologna) e Giorgia (da Cesena) che come noi si stanno facendo il giro dell’Australia, solo nella direzione opposta, ed in macchina. Per loro questa non era la prima esperienza in farm, anzi, ne hanno già girate parecchie.
Come la sera precedente prima e dopo cena mi sono fermato a parlare un po’ con Emily e Yannic e poi siamo andati a letto.
Il sabato è stata l’unica giornata lavorativa “normale” che siamo riusciti a fare e per normale intendo che c’hanno fatto lavorare sette ore. La domenica abbiamo iniziato un po’ prima e verso le dieci avevamo finito la prima zona di raccolta, così ci siamo spostati sulla seconda. Quando siamo arrivati c’hanno informato di stare molto attenti ai serpenti che si potevano trovare sia sugli alberi che in mezzo all’erba e che, nel caso fossimo stati morsi, non bisognava correre od agitarsi per evitare che il veleno entrasse in circolo più velocemente. Non agitarsi. Dopo che ti hanno detto che hai un’ora per raggiungere l’ospedale prima di morire è facilissimo non agitarsi, quasi quanto recitare la divina commedia a memoria e avendo un pugno di farina in bocca.
Comunque sia nessuno è stato morso per fortuna ed oltre ai graffi e ai tagli sulle braccia (causati dai rami) nessuno si è fatto niente. Un vero peccato, dopo il dente rotto sarebbe stata una bella storia da raccontare quella di quando ho rischiato la vita raccogliendo prugne.
Verso mezzogiorno, comunque, abbiamo smesso di lavorare e poi c’hanno informato che, a causa della brutta stagione, i frutti non erano abbastanza grandi e non si riuscivano a vendere e così avremmo avuto al massimo un’altro paio di giorni di lavoro. Ovviamente nessuno è stato felice della notizia, dato che tutti si aspettavano di lavorare almeno due o tre settimane.
Così la domenica pomeriggio abbiamo fatto un giro in paese a fare un po’ di spesa e a guardarci intorno per un altro lavoro. Lunedì mattina ci siamo svegliati ancora una volta prima del solito ed abbiamo lavorato per ben 60 minuti di fila prima che ci fermassero! John aveva chiamato al mercato e non riusciva a vendere, così eravamo già senza lavoro. Assieme a Giorgia e Chiara abbiamo passato la giornata a girovagare per le farm intorno a Young ma nessuno c’ha detto “Ok, venite pure domani”. Intanto i tedeschi avevano già sloggiato (non so i nomi, dato che le uniche parole che c’ho scambiato riguardavano la lavatrice) e Emily e Yannic si stavano preparando per partire il giorno successivo.
E infatti martedì mattina ci siamo salutati e siamo partiti ancora una volta assieme alle ragazze per cercare lavoro. Verso mezzogiorno e mezzo abbiamo una chiamata da Joe (il giorno prima avevamo lasciato i numeri di telefono di qua e di là) che c’ha chiesto se stavamo ancora cercando lavoro. Ovviamente abbiamo risposto di si e dopo appena dieci minuti è arrivato per incontrarci.
Joe (soprannominato poi Wipa Snipa Joe) è un iracheno che però è nato qui in Australia 29 anni fa. A vederlo sembra che di anni ne abbia 45. Va beh…
Ci spiega che ha bisogno di un paio di persone per raccogliere gli zucchini e un altro paio per fare dei lavori in generale. Dopo averci guidato fino alla sua farm c’ha fatto vedere come funzionava il lavoro e c’ha chiesto e se volevamo iniziare subito. Avendo ancora tutti i nostri averi da John (che c’aveva dato la possibilità di stare nella sua farm due o tre giorni) siamo dovuti tornare indietro per raccogliere il tutto e trasferirci. Alle tre del pomeriggio io e il trenta eravamo armati di decespugliatore (wipa snipa), mentre le ragazze avevano iniziato a raccogliere gli zucchini.
Il nostro compito era quello di tagliare l’erba vicino alle piante di zucchini. Niente di difficile, la cosa era solamente estremamente, infinitamente pallosa. Comunque sia io sono andato avanti più di quattro ore, mentre il trenta si è fermato un po’ prima dato che il suo decespugliatore a strippato ed ha deciso che per quel giorno non voleva più funzionare.
Nella farm erano presenti anche un’altra coppia di francesi, che però sapevano circa una decina di parole di inglese e quindi la comunicazione era più o meno impossibile.
La cosa divertente è stata che loro avevano raccolto 35 secchi di zucchini in 10 ore (35 in due, non a testa) mentre le ragazze ne hanno raccolti 43 in poco più di tre ore…mah…
La sera Wipa Snipa Joe c’ha dato le istruzioni per il giorno dopo e siamo ritornati al van. A dir la verità “istruzioni” è una parola grossa, dato che non c’era una vera e propria organizzazione del lavoro…mi sembrava di essere ritornato ai tempi in cui lavoravo dalle parti di Ro! La sistemazione, poi, non era esattamente come l’altra: niente acqua potabile, niente doccia calda, niente cucina e per andare in bagno dovevamo entrare in casa. Non che ci interessino cose del genere, ma se aggiungiamo il fatto che non venivamo pagati molto la cosa non era proprio delle migliori. Comunque sia abbiamo lavorato anche il mercoledì: tagliare erba, tagliare erba, tagliare erba… Come ho detto il lavoro non era niente di difficile, il fatto è che dopo un’ora non si sapeva più a cosa pensare ed il tempo sembrava non passare più. Verso le due ho smesso di lavorare, non tanto perché ho deciso io ma per il fatto che, stavolta, è stato il mio decespugliatore a voler scioperare.
Il trenta si è fermato circa un’ora dopo e poi Joe c’ha detto che per quel giorno era abbastanza. Dopo esserci lavati (più o meno) abbiamo sistemato il van ed abbiamo cominciato pensare a cosa fare per cena. Alle 7 Joe è tornato dicendo che, dato che il giorno dopo davano pioggia, bisognava finire due o tre cose nel nuovo campo prima che piovesse.
Quando sei già pulito e profumato (più o meno) e ti stai preparando per cenare e ti offrono di andare a lavorare, sapendo già che ti sporcherai ancora, non potrai più lavarti e dovrai preparare la cena al buio come si fa a dire di no?
Alle sette eravamo nel nuovo campo a sistemare l’impianto di irrigazione e siamo andati avanti fino alle 8 e mezza. La cosa positiva è che ho assistito al più bel tramonto che abbia mai visto in vita mia. Il cielo e le nuvole avevano dei colori talmente accesi e brillanti che non sembravano nemmeno veri. Non lo scorderò mai! Ovviamente io ero a lavorare nel campo e la macchina fotografica nel van…
Il giovedì mattina ci siamo alzati presto, dato che Wipa Snipa Joe c’aveva detto che voleva finire l’impianto di irrigazione prima che iniziasse a piovere. Giorgia e Chiara avevano deciso di lasciare dato che prendevano una miseria per spezzarsi la schiena sotto il sole e sarebbero partite qualche ora più tardi. Siamo andati avanti fino alle tre ed abbiamo finito non solo l’impianto ma anche di spargere il concime (chimico) e di seminare le piante nuove. Avrà piovuto per venti minuti ad essere generosi.
Verso le quattro abbiamo visto la macchina delle ragazze tornare in farm. Noi le pensavamo già a chilometri e chilometri di distanza e invece, dopo aver ritirato i soldi avevano fatto un salto (giusto per vedere se c’era qualcosa di nuovo) all’ufficio del lavoro e avevano trovato un farm in cui cercavano due persone. Ironia della sorte nella farm hanno sentito dei ragazzi parlare assieme al proprietario di un’altra che cercava una paio di persone. E così si sono precipitate ad informarci.
Abbiamo colto la palla al balzo e siamo andati subito a vedere. Con il cuore in gola (a pensare un’altra giornata a tagliar l’erba ci veniva la nausea) abbiamo parlato con i figli ed il fratello del boss, che però non sapevano molto e sono andati a chiamarlo. Dopo circa venti minuti stavamo ritornando da Joe per informarlo che il giorno dopo ce ne saremmo andati!
Così il venerdì mattina ci siamo alzati molto presto e dopo colazione ci siamo diretti nella nuova farm. La terza in una settimana…può essere un record?
Siamo arrivati intorno alle 7 e anche se c’erano già alcuni ragazzi al lavoro (tutti tedeschi e un italo-tedesco) Chris, il boss, stava ancora facendo colazione e così abbiamo aspettato fino alle sette e mezza e nel frattempo abbiamo conosciuto Steven, Isaac e Landzer, rispettivamente fratello e figli di Chris.
Poco prima delle otto c’hanno portato a raccogliere ancora prugne, ma questa volta era tutta un’altra storia rispetto alla farm di John. Gli alberi erano stati potati dai rami in eccesso e i frutti erano parecchio più grossi. Vi basti pensare che in quattro ore e mezza abbiamo raccolto quanto in sei ore e mezza nella prima farm.
A mezzogiorno e mezzo avevamo finito e dopo aver aspettato una mezz’oretta che qualcuno ci venisse a prendere ci siamo incamminati da soli per tornare. Dopo aver mangiato una paio di panini siamo andati ad informarci su cosa c’era da fare nel pomeriggio. Circa mezz’ora dopo siamo stati scarrozzati verso un’altro capannone di loro proprietà, dove hanno il forno per essiccare le prugne. Il nostro lavoro consisteva nel prendere le grate sopra le quali vengono essiccate le prugne e vuotarne il contenuto nei bins. Anche qui niente di faticoso e molto, molto, molto meno noioso del tagliar l’erba!
Siamo andati avanti così per tre ore e poi c’hanno detto che per il giorno poteva bastare. La sera siamo andati a parlare con Chris, per informarci su quanto lavoro c’è da fare. C’ha detto che, in teoria, ci sarà almeno una settimana e se le cose vanno bene anche di più. Noi incrociamo le dita perché qui la paga è da invidia!

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  • 3 mesi fa
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I primi 2000 chilometri…

Venerdì 20 gennaio, ore 20:52, Gladston Lookout, Cooma (NSW)

Dopo aver passato quasi due settimane a Shepparton aspettando un lavoro che non è mai arrivato, abbiamo deciso di partire. Il lavoro lo possiamo trovare più avanti, il tempo perso non ce lo ridà indietro nessuno. E in più là era pieno di mosche.
Così, martedì 17 gennaio, dopo aver chiesto nelle ultime farm se avevano bisogno di gente, abbiamo risposto alle mail approfittando della biblioteca comunale, fatto scorta di alimenti e poi siamo partiti alla volta della Great Alpine Drive, una strada che, come dice il nome stesso, attraversa le alpi australiane.
Così, nel tardo pomeriggio siamo arrivati ad Everton, una località distante più di 100 km da Shepparton e circa 20 km SE di Wangaratta. Località forse è eccessivo dato che contava una decina di case.
Comunque sia nei pressi c’era una zona adibita a campeggio e ci siamo fermati per la notte. Il posto era piuttosto rustico e selvaggio ma, trovandosi sulla riva dell’ Ovens River, ne abbiamo approfittato per farci una bella nuotata.
Mercoledì ci siamo alzati presto e dopo colazione ci siamo messi di nuovo sulla strada, diretti stavolta in un parco nazionale: il Mount Buffalo National Park.
Naturalmente dato che avevamo qualcosa da fare e da vedere, il tempo non era dei migliori. E infatti abbiamo dovuto passare un’oretta a giocare a carte all’interno del van aspettando che la pioggia finisse. Essendo zona di montagna, comunque, il tempo è cambiato rapidamente.
Il Mount Buffalo N.P. prende il nome dal monte che si trova al suo interno (se non sbaglio il più alto del Victoria) ed al suo interno si trovano molti sentieri per camminare, posti in cui si può fare parapendio (c’abbiamo pensato ma era carissimo) e poi torrenti, laghi e cascate. Senza contare la grande quantità di piante ed animali.
Dopo aver parcheggiato il furgone a qualche chilometro dall’entrata abbiamo fatto la nostra prima escursione dopo mesi e mesi.
Morti.
A parte aver constatato in quale schifezza fisica ci siamo ridotti, il posto meritava davvero la fatica: dopo una passeggiata in un bosco di eucalipti e felci, il sentiero si apriva su delle cascate meravigliose. Nel pomeriggio abbiamo fatto un’altra camminata di un paio d’ore. Devo dire che i boschi che si trovavano più all’interno non erano molto belli e a metà percorso il sentiero costeggiava un lago anche fin troppo calmo. Anche lì c’era la possibilità di fare il bagno, ma il costume si trovava dentro il van a qualche chilometro di distanza e non si è fatto niente.
Prima di uscire dal parco avevamo intenzione di visitare delle altre cascate, ma purtroppo la pioggia ha ricominciato a cadere in maniera insistente e così ci siamo diretti a cercare un posto dove passare la notte.
La zona che si trova a sud del Mt Buffalo N.P. assomiglia parecchio ad alcune località trentine: piccoli paesi di montagna con tanto verde e quell’aria speciale che ti fa venire voglia di diventare vecchio solo per andarci a vivere, passando le giornate a dar da mangiare ai piccioni nel parco. A circa trenta chilometri dal parco si trova una di queste cittadine: Bright.
Saremmo passati anche qui in maniera piuttosto veloce se non fosse stato per un piccolo particolare che c’è balzato all’occhio: gente in costume!
Ad un esame più approfondito (costume da bagno addosso e asciugamano sulla spalla) abbiamo scoperto che il posto non era altro che un pezzo dell’Ovens River adattato a piscina (con tanto di scivolo e trampolino).
Siccome il tempo era cambiato ancora passando da un temporale estivo ad un sole piuttosto caldo, ci siamo goduti le ultime ore del pomeriggio in questo idilliaco fra una nuotata e un tuffo.
Il posto era pieno di gente e parlando con un uomo del posto (aveva addosso la maglia degli scout quindi ho attaccato bottone credendo fosse un capo, ma ho scoperto poi che la maglia era del figlio) ho scoperto che non lontano, sempre sulla riva del fiume, si trovava un posto in cui si poteva parcheggiare il van per passare la notte.
E così, rinfrescati e abbronzati ci siamo accampati a circa 5 km a sud della cittadina.
Giovedì mattina, dopo aver fatto colazione in compagnia di un paio di anatre (vedi nota n.1) abbiamo percorso l’ultimo tratto della Grand Alpine Drive (circa 150 km) fermandoci di tanto in tanto a visitare qualche luogo indicato come “interessante” nella guida, per ammirare il panorama, fare una passeggiata o per dare un passaggio a due ragazzi di Melbourne che avevano passato dieci giorni in giro per le montagne.
La strada era come sono tutte le strade in montagna: piena di curve, tornanti e saliscendi. Se lo fai per 150 km è piuttosto un palla.
Comunque sia il paesaggio è stato davvero spettacolare, e mano a mano che scendevamo siamo passati da boschi alpini a colline brulle fino a gole a ridosso di fantastici torrenti che ricordavano parecchio i film western.
Essendo una zona dedita più al turismo invernale che a quello estivo, non abbiamo incrociato molte macchine. Tir si, invece. Tir IMMENSI. Tonnellate di metallo su 200 ruote che sfrecciavano su una strada a due corsie piena di curve con il loro carico di tronchi mastodontici. E in più continuavamo a incrociare cartelli con i nomi come “hells gate” o “wild dog creek” o “little dick creek”. E scusate se non mi sentivo del tutto tranquillo.
Arrivati all’altezza di Bruthen abbiamo lasciato la G.A.R. e ci siamo immessi nella meno romantica C620 e poi nella C608 per dirigerci a Buchan, una località 50 km più a nord, famosa per le sue grotte.
Quando siamo arrivati erano circa le 4 e mezza del pomeriggio e dato che l’ultimo tour era stato un’ora prima, abbiamo parcheggiato il van nella piazzola del campeggio e siamo andati a farci l’ultima passeggiata della giornata (dove abbiamo visto un paio di canguri) e ci siamo poi riassestati con una bella doccia.
Questa mattina dopo il tour nelle grotte (che meritavano parecchio) ci siamo diretti ancora più a nord. L’idea era di fermarsi a Gelantipy per fare qualche attività come kayaking con una compagnia del posto, ma siccome abbiamo trovato tutto chiuso siamo proseguiti verso il confine: bye bye Victoria, New South Wales stiamo arrivando!
Se per strada ieri abbiamo incontrato poche macchine, oggi c’è sembrato di essere gli ultimi sopravvissuti dopo una guerra nucleare.
A circa una cinquantina di chilometri dal confine, poi, abbiamo iniziato a viaggiare su strada non asfaltata. Ed abbiamo continuato per i 90 km successivi. Solo a quel punto c’è stato chiaro il perché di così poche macchine.
Penso sia stato uno dei viaggi più lunghi della mia vita. E non parliamo del trenta, che guidava.
La strada passava all’interno di due parchi nazionali: lo Snowy River e il Kosciuskzo. Non so se avete idea di cosa voglia dire: velocità di punta toccata: 35 km/h, marcia più alta inserita: la terza.
Per 90 chilometri. Novanta!
Per carità, abbiamo potuto goderci con calma la vista dall’alto delle strade che correvano sui fianchi delle montagne e ho potuto anche scattare qualche fotografia seduto fuori dal finestrino del van, ma 90 km sono un po’ troppi.
Il primo tratto che abbiamo percorso assomigliava all’africa: terra rossa e paesaggio arido. Questo pezzo di strada fra l’altro aveva da una parte una parete di roccia e dall’altra un burrone e con il van occupavamo tutta la larghezza della strada. Se per caso avessimo incrociato qualcuno in direzione opposta, l’unico modo per proseguire era smontare una delle due macchine e rimontarla dall’altra parte.
Il paesaggio è cambiato poi in una vallata selvaggia, sempre arida ma caratterizzata stavolta da una terra color ocra e abbiamo costeggiato a tratti un bellissimo torrente. (Indovinate cos’è successo quando abbiamo pensato di fermarci a pescare? Esatto, ha iniziato a piovere)
Dopo quelle che ci sono sembrate molte ore in più di quelle che effettivamente sono state, siamo usciti dal parco nazionale ed il paesaggio è cambiato ancora una volta rivelando colline in varie tonalità di verde, con alberi e vallate a perdita d’occhio. E in più l’asfalto è riapparso di fronte ai nostri occhi e sotto le nostre ruote.
Alle quattro e mezza siamo arrivati finalmente a Jindabyne, il primo paese degno di questo nome dopo 116 km. Qui abbiamo preso un po’ di frutta per domani e siamo ripartiti.
Ora siamo circa a 4 km da Cooma, in un’altra area adibita a campeggio che si trova sopra una collina. Quando siamo arrivati stava piovendo, ma poi il tempo è migliorato ed abbiamo assistito ad uno spettacolo a mio avviso unico: doppio arcobaleno! Essendo poi su una collina dalla quale si può ammirare tutta la vallata sottostante, li abbiamo visti per intero. Pentole d’oro comprese. Per la prima volta in vita mia, poi, ho visto tutti e sette i colori! Comunque non credo di riuscire a descrivere a parole la vista che c’è da quassù, ma posso assicurarvi che è qualcosa di speciale. Forse le foto potranno aiutarvi a capire.

Sabato 21 gennaio, ore 21:35, dintorni di Norwa

Dopo esserci lasciati alle spalle Cooma, oggi abbiamo percorso altri 280 km e siamo arrivati finalmente sulla costa. Come da tradizione il tempo fa schifo ed è prevista pioggia per i prossimi 6 giorni. Va beh, aspetteremo.
Essendo la città di Cooma a più di 1000 metri sopra il livello del mare, la strada per arrivare sulla costa è stata tutta un saliscendi su un paesaggio che si stendeva a vista d’occhio, caratterizzato da colline colorate dal giallo al verde dove pascolavano pigramente mandrie di mucche. Ogni tanto c’era anche una casa.
La prima località in cui ci siamo fermati lungo la costa è stata Narooma, dove abbiamo fatto una breve passeggiata e ci siamo fermati a parlare con due gentili pensionati dalla provincia di Torino, che abitano qui ormai da più di quarant’anni e che c’hanno dato qualche dritta sulla pesca da queste parti (c’hanno insegnato a pescare il polpo!)
Anche se, come detto, il tempo non era un granché, ci siamo goduti la passeggiata lo stesso osservando i branchi di pesci che nuotavano vicino alla riva e abbiamo visto persino una razza!
Una trentina di chilometri più a nord della città si trova l’Eurobodalla N.P. in cui ci siamo fermati a passeggiare sugli scogli e a raccogliere conchiglie.
Dopo esserci rincorsi sulla spiaggia ed aver scritto i nostri nomi sulla sabbia, ci siamo detti addio. È stato triste ma necessario.
Dopo l’estate ci siamo rivisti a scuola ed abbiamo cantato “You are the one”. Ma forse questa è un’altra storia…


Giovedì 26 gennaio, ore 18:20, da qualche parte a Wollongong

Per nostra fortuna per i primi giorni della settimana abbiamo trovato bel tempo, nonostante fosse prevista pioggia.
Fra i vari posti che abbiamo passato il più spettacolare è stato sicuramente Jervis Bay: un promontorio che si trova (manco a dirlo) all’interno di un parco nazionale dove abbiamo trovato spiagge di sabbia bianchissima, talmente morbida che sembrava di camminare nella panna montata, e con un’acqua talmente pulita ed azzurra che sembrava irreale.
Abbiamo speso due giorni là, distesi sulla spiaggia a goderci ogni minuto di sole possibile con il risultato che fino a ieri eravamo due lanterne viventi.
Purtroppo non si può essere sempre fortunati e infatti la pioggia a ricominciato a cadere ieri. Avevamo in programma una visita ad un altro paio di spiagge e qualche camminata ma abbiamo dovuto cancellare il tutto. Così ieri siamo andati a Kiama, una cittadina che avevamo depennato dalla lista dei posti da vedere ma che abbiamo ripescato per il fatto che Henry (ve lo ricordate? Il ragazzo dall’Oregon) si trova là per lavoro. Così abbiamo passato il pomeriggio assieme a lui passeggiando sotto la pioggia, raccontandoci le avventure degli ultimi due mesi e maledicendo il brutto tempo.
Forse più avanti inizierà a viaggiare assieme a noi, ma non è nulla di sicuro per il momento.
Sperando di trovare un posto per la notte, ieri sera ci siamo diretta ancora più a nord, verso Wollongong (terza città per numero di abitanti in New South Wales) e ci siamo fermati lungo la strada in una zona di sosta dove abbiamo incontrato altri backpakers e un ragazzo che era rimasto a piedi con la macchina e che c’ha chiesto aiuto per spingerla.
Questa mattina siamo arrivati in città verso le nove e mezza e abbiamo speso quasi un’ora per cercare un parcheggio gratuito, salvo poi scoprire che, essendo oggi giorno di festa (Australia Day) tutti i parcheggi sono gratuiti!
Per l’occasione, poi, hanno chiuso tutte le strade vicino alla spiaggia dove c’erano bancarelle, stand gastronomici e giostre. Quasi a voler festeggiare, il tempo ha dato una tregua e approfittando della giornata assolata le spiagge erano piene di gente che faceva il bagno e festeggiava. Tutti con bandiere dell’Australia, cappelli con i colori nazionali, tatuaggi, striscioni, magliette, spille e chi più ne ha più ne metta. Qui si che sono patriottici. Mi è sembrato quasi di rivedere il giorno del 150° dell’unità d’Italia. Solo che noi non abbiamo festeggiato.
Per il resto abbiamo passato la giornata distesi sull’erba di uno dei tanti parchi della città e quando la pioggia ha ricominciato a cadere siamo risaliti sul van e abbiamo cercato un posto per la notte.
Abbiamo una mezza idea per il prossimo pezzo di viaggio, ma siccome le cose qui cambiano continuamente non voglio anticipare niente.

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Nota n. 1 (osservando il becco delle anatre)

G: Lo sapevi che l’ornitorinco è l’unico mammifero al mondo che fa le uova?
A: Nel senso che le decora?
G: Si. Babbo pasqua e gli ornitorinchi, avversari di babbo natale ed i folletti.

Consigli e trucchi per un viaggio sereno, cosa bisognerebbe evitare di fare. Ovvero l’osteria degli aneddoti. (PARTE 1)

1- Se chiudi il van con entrambe i mazzi di chiavi all’interno, probabilmente avrai qualche difficoltà nell’aprirlo.
2- Se cucini qualcosa nell’olio bollente e ti togli la maglia, molto probabilmente il prossimo a friggere sarai tu.
3- Se ti dimentichi il portellone laterale del van aperto, avrai delle buone probabilità di perdere le ciabatte per strada.
4- Anche la seconda volta che chiudi il van con le chiavi all’interno avrai difficoltà nel riaprirlo.

    • #Great Alpine Drive
    • #Buchan
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    • #New South Wales
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    • #Beaches
    • #Van
  • 4 mesi fa
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