LA PRIMA CAMICIA

Ago 14

Perth…questa “piccola” sconosciuta

Giovedì 9 agosto, ore 18:15, Asylum Hostel - Sydney (NEW SOUTH WALES)

Lunedì 23 luglio, dopo mesi e mesi a dormire in van o in tenda, siamo arrivati a Perth ed abbiamo prenotato una stanza in ostello per un paio di settimane. Per la prima volta da dicembre abbiamo avuto la possibilità di dormire sopra un letto “normale”. Una data storica insomma.
Come sono andate questi 15 giorni? In molti dicono che Perth non sia una grande città, che non abbia molto da offrire e che non ci sia niente da fare. Io penso che quelli che lo dicono non siano mai stati a Darwin o ad Adelaide. Certo, nulla di paragonabile a Melbourne o Sydney ma sicuramente merita molto più di una visita veloce. Personalmente la città mi ha affascinato, forse per via di quel tocco di architettura scozzese che si trova qua e là. Il nostro stesso ostello era un antico edificio riadattato a tale scopo.
La camera in cui dormivamo non era male: gli otto posti letto erano tutti pieni (nonostante la bassa stagione) e almeno 3 degli occupanti si trovavano lì già da un po’. Il casino era tale che ogni tanto facevo fatica a trovare il mio di letto. Per il resto c’eravamo noi e poi una coppia di ragazzi dalla Germania che sono arrivati qui in Australia da tre settimane.
Strano ma vero il 90% del nostro tempo là lo abbiamo passato in compagnia tedesca (penso di essere allergico alla loro lingua ormai) che qui in Australia sono come i conigli: una piaga. Ce ne sono ovunque e sono tantissimi (una cosa come 45 mila!). Ce ne sono talmente tanti che ti verrebbe da pensare che ora sarebbe il momento migliore per andare a visitare la Germania, dato che dovrebbe essere senza tedeschi. Il nostro passatempo preferito era prenderli in giro parlando come se avessimo una spina di pesce conficcata in gola, al quale loro rispondevano con “pasta pasta pasta, pizza pizza, merdaaaaaa”. Comunque sia abbiamo passato due settimane molto piacevoli: di sera si andava soprattutto al Mustang (dove il mercoledì c’è la serata backpacker e fra musica dal vivo e birra economica c’è davvero da divertirsi) e di giorno ci si dedicava a qualcosa di più rilassante (shopping, film e libri). Dopo aver passato gli ultimi dieci mesi a far da mangiare pranzo e cena qui ci siamo un po’ lasciati andare all’ozio e per la maggior parte delle volte il pranzo consisteva in un frutto o qualche fetta di pane riscaldata oppure non esisteva proprio. Le cene andavano già un po’ meglio e qualche volta abbiamo anche cucinato.
Nonostante tutto a Perth richiami il cigno nero (è anche il simbolo della città) io di questi animali non ne ho visto nemmeno uno, anche se so per certo che c’è un lago da qualche parte dove questi animali sono presenti. Una delle zone della città che mi ha colpito di più è l’Art Centre, dove sono riuniti la biblioteca, il museo, l’art gallery a il centro di arti moderne.
In questo periodo al museo c’è anche una mostra fotografica con tema “la natura” che sono andato a visitare due volte perché le fotografie esposte erano veramente pazzesche. Una delle poche cose che mi ha colpito del centro di arti moderne, invece, è stata un’opera fatta da qualcosa come quasi 200 kg di Nutella spalmata su un pannello di legno. Non c’ho trovato niente di filosofico o profondo ma il profumo era notevole! All’Art Gallery, invece, ho visitato la mostra che è ospitata in questo periodo in collaborazione con il MOMA di New York, dove ho potuto vedere opere di Picasso, Mondrian Warhol e tanta altra bella gente!
Anche qui, naturalmente, la quantità di parchi e giardini è notevole e ovviamente non ho perso occasione per andare a visitarli e a scattare mille mila fotografie. Il più bello, e più grande, è il Kings Park dove si trovano anche i giardini botanici e si possono fare delle meravigliose passeggiate. Fra le cose più belle, a mio parere, ci sono le fontane che si trovano al centro del parco e la camminata sospesa fra gli alberi. Uno degli edifici più famosi della città è la moderna Bell Tower che, come dice il nome, è un edificio dove sono conservate delle campane che provengono da non so dove e di non so quanti anni fa. La sua forma mi sembra copiata (o almeno mooooooooooooolto ispirata) a quella dell’Opera House di Sydney e il fatto di dover pagare 14 dollari per andare a vedere delle vecchie campane mi ha fatto chiedere perché sia tanto famosa. Ovvio che non c’ho messo piede dentro. Un giorno siamo andati anche a fare un giro in spiaggia, anche se non abbiamo fatto il bagno dato che:
- la temperatura non lo permetteva,
- non abbiamo portato il costume,
- dall’inizio dell’anno ci sono stati cinque attacchi mortali dovuti a squali bianchi (dove la media di solito è un paio l’anno)

Due giorni prima della nostra partenza, i ragazzi tedeschi hanno trovato un lavoro in farm a 200 Km da Perth e quindi abbiamo dovuto salutarci (con la promessa, però, di ritrovarci all’ October Fest).
Martedì 7 agosto abbiamo preso l’aereo che c’ha riportati a Sydney, da dove partiremo per l’Italia fra non molto purtroppo… Australia, ci stiamo per salutare.

Ago 02

Western Australia: nella corrente, controcorrente

Domenica 29 luglio, ore 21:18, Old Swan Barracks - Perth (WESTERN AUSTRALIA)

Il fatto che sia a Perth da una settimana e trovi tempo di scrivere solo adesso (e non abbia ancora aggiornato il blog) la dice lunga su quanto la città ha da offrire.
Eh già, siamo a Perth, la più grande città del Western Australia e la seconda capitale più isolata al mondo. Dopo aver passato circa una settimana in campeggio a Darwin abbiamo trovato un van (di una compagnia che li noleggia) che doveva essere spostato da Darwin fino a Perth e così abbiamo colto l’occasione e siamo partiti il pomeriggio di domenica 15 luglio dirigendoci verso ovest.
I primi due giorni li abbiamo passati guidando (anche 13 ore in una giornata) dato che le distanze in WA sono ciclopiche. È sorprendente quanto una cosa come questa possa farti odiare le canzoni del tuo stesso iPod, dopo che le hai riascoltate 10 volte nella stessa giornata! In quasi 5000 km avremmo passato non più di una decina di cittadine, molte delle quali non arrivavano a 1000 abitanti. I veicoli che abbiamo incrociato per strada erano essenzialmente di due tipi: Road train e Camper (o roulotte). I primi, nonostante la dimensioni ridotte rispetto a quelli del Northern Territory (36 metri al posto di 54) trasportavano cose molto più grandi: abbiamo visto almeno 4 o 5 case sfrecciare a 90 all’ora! I vacanzieri, invece, si dirigevano per la maggior parte verso nord. Per la prima volta da quando siamo qui siamo andati controcorrente. Mentre tutti correvano alla ricerca di sole e spiagge, noi ci siamo lasciati la bella stagione alle spalle per andare verso il freddo.
Il terzo giorno dopo la partenza siamo arrivati a Broome. La cittadina è famosa per le sue perle (a quanto pare famose in tutto il mondo) ma il motivo per cui siamo andati là ovviamente non è stato quello. Broome ha anche delle belle spiagge e come ogni posto in Australia durante la bella stagione è pieno di backpacker.
Quando siamo arrivati in campeggio abbiamo scelto la sistemazione più economica, ovviamente, così come decine e decine di altri ragazzi. Ci sembrava di essere in un accampamento hippy!
Oltre ai soliti van e tende piantate in modo normale c’erano piccoli “accampamenti” dove si trovavano quelli che, evidentemente, si trovavano lì già da un po’: gazebo improvvisati con teli tirati a qualche albero, decorati con collane di conchiglie, luci natalizie, divani recuperati da chi sa dove. Una sera ho fatto anche due chiacchiere con un ragazzo che si stava allenando come giocoliere con dei bastoni infuocati…
Il posto si è dimostrato all’altezza delle aspettative: negozi di perle ovunque (che non abbiamo cagato minimamente) e Cable Beach, la spiaggia principale, è veramente un posto che merita.
Purtroppo avevamo i giorni contati e abbiamo potuto soggiornare solamente un paio di giorni.
Dopo aver lasciato la cittadina abbiamo passato un’altra giornata a guidare (per la gioia immensa delle nostre schiene).
Quando abbiamo spento il motore definitivamente erano le otto di sera e ci eravamo lasciati alle spalle altri 1200 chilometri.
L’indomani siamo arrivati ad Exmouth, unico centro abitato nelle vicinanze di altri due parchi nazionali: il Cape Range N.P. e il Ningaloo Marine N.P.
Noi ci siamo concentrati soprattutto su quest’ultimo, dato che offre alcune fra le spiagge più belle del Western Australia e soprattutto ottimi posti dove poter fare snorkeling!
Uno dei posti più particolari in cui siamo andati è stato Oyster Stacks dove la barriera corallina si trova a qualche decina di metri dalla spiaggia e le correnti sono talmente forti che l’unica cosa da fare è buttarsi in acqua a faccia in già con maschera e boccaglio e farsi trascinare dalla corrente che passa proprio sopra a coralli e decine di pesci colorati. Uno spettacolo!
Il giorno dopo ci siamo spostati di qualche centinaio di chilometri e ci siamo fermati a Coral Bay: questo piccolo centro ha una spiaggia meravigliosa e posti in cui fare snorkeling che sono ancora meglio! L’acqua era talmente bella che mi veniva da piangere (guardate le foto e ditemi se non ho ragione!).
Purtroppo dopo Coral Bay abbiamo dovuto dirigerci verso Perth senza altre fermate, dato che il van doveva essere in città entro il lunedì successivo.
L’ultima sera prima del nostro arrivo ci siamo fermati per la notte in una zona di sosta e lì abbiamo incontrato un gruppo di ragazzi (tre francesi ed un’americana) che stavano viaggiando nella direzione opposta alla nostra. La ragazza aveva lavorato per un po’ di tempo in Alaska e poi si è trasferita in Cina, dove sta lavorando attualmente. L’anno prossimo verrà a stare in Australia. Che invidia!
Abbiamo passato una bella serata a parlare davanti al fuoco, sotto un cielo che solo l’outback può offrire.
Scendendo verso sud due cose sono cambiate radicalmente: il paesaggio e il tempo. Il primo si è trasformato da uno scenario di terra brulla e rossa ad un meraviglioso giardino color smeraldo che ricorda più la Scozia o l’Irlanda che l’Australia. Dato che qui ora è inverno, il tempo si è fatto mano a mano sempre più freddo ed uggioso ed abbiamo visto la pioggia per la prima volta dopo tre mesi. Nulla a che vedere con i nostri inverni comunque, di sera si sta benissimo con la felpa e il pomeriggio la maglia a maniche corte non guasta. Ma della città parlerò un’altra volta, in quello che sarà probabilmente uno degli ultimi racconti di questo bellissimo viaggio.
Ora che siamo a Perth la nostra avventura su quattro ruote si è conclusa. Il nostro contachilometri si è fermato a quota 19634 Km!

Lug 30

Darwin parte seconda: cascate e fuochi artificiali

Lunedì 9 luglio, ore 20:48, campeggio a Noonamah (NORTHERN TERRITORY)

Come dicevo ci siamo lasciati alle spalle anche l’ultima esperienza lavorativa in Australia. Il primo di luglio qui è stata festa nazionale: il Northern Territory Day.
Per la serata di domenica eravamo state invitati ad un BBQ da uno dei due ragazzi tedeschi che ci hanno rimpiazzato al lavoro e così siamo andati.
Armati di carne e birra siamo andati tutti assieme a questa festa. Dovete sapere che qui, per qualche strano motivo, quando si avvicina questa festa tutti diventano matti per i fuochi d’artificio: in questa giornata sembra non esista altro, tutti si precipitano a comprarne quantità esorbitanti per festeggiare in modo…esplosivo si può dire.
Sono testimone oculare di un gruppo di ragazzi che ha speso mille dollari in un solo colpo.
Ora, uno dei maggiori problemi dell’Australia è l’abuso di alcol e, dovuto a questo, la grande predisposizione alla violenza. Quale accoppiata migliore di alcol e fuchi d’artificio?
Vediamo se riesco a descrivervi bene la scena: La “festa” si teneva nel parco adiacente ad un negozio di arte aborigena, che si trova proprio di fianco alla highway (una sorta di superstrada) ed presenti bambini (un neonato pure), anziani, e donne incinta, oltre a ragazzi e ragazze di ogni età. La maggior parte degli adulti era seduta con le sedie rivolte verso il prato e naturalmente ognuno stava bevendo. Con questa premessa ognuno si aspetterebbe che ad un certo punto qualcuno avrebbe iniziato ad accendere i fuochi e gli altri sarebbero stati lì a guardare, naso in sù e passare una buona mezzora fra “oooooh” e “aaaaahh”.
E invece no!
Quando tutti sono stati pronti hanno si iniziato a sparare fuochi d’artificio e petardi vari, ma a spararseli addosso.
Roba da fuori di testa: ragazzi che correvano a destra e a manca nel parco lanciandosi addosso petardi, mentre altri cercavano di bombardarli con veri e propri fuochi d’artificio infilati in tubi dell’acqua a mo’ di bazooka. E naturalmente c’era il pubblico che applaudiva e si sbellicava dalle risate ogni volta che qualcuno si lanciava a terra o saltava dentro ad un cespuglio per non essere colpito. E tutti là ad urlare “Yeeeeaaaaah!”
Hanno quasi preso uno con quel razzo “Yeeeeaaaaah!”
È esploso un petardo in mano a quello là “Yeeeeaaaaah!”
C’è un incendio vicino alla rete “Yeeeeaaaaah!”
Gli ultimi razzi sono finiti in strada mentre una macchina passava “Yeeeeaaaaah!”
Un gran divertimento insomma. Dopo aver passato la serata a rischiare la vita per festeggiare il Northern Territory, il modo migliore per iniziare le nostre vacanze c’è sembrato quello di alzarci alle 4 di lunedì mattina per guardare la finale degli Europei…bel modo migliore del…
Per fortuna la nostra giornata prevedeva dell’altro e dopo aver preso un autobus per andare in città ed aver recuperato il van (Wicked Campervan, simpatico ma sconsigliassimo) che avevamo prenotato, siamo partiti per la prima delle due destinazioni della settimana: il Kakadu National Park!
Questo parco nazionale è uno dei più grandi e più famosi di tutta l’Australia. 20000 km quadrati dichiarati patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO che spaziano dalle foreste pluviali alle pianure alluvionali, dagli altopiani rocciosi alle praterie. 
Nei tre giorni in cui siamo stati là abbiamo visitato siti di arte rupestre di Ubirr e Nourlangie, abbiamo guardato il tramonto e osservato i paesaggi sconfinati dall’alto di Nawurlandja, passeggiato fra i billabong coperti di ninfee e osservato la natura meravigliosa a Yellow Water. Il martedì sera poi, in campeggio, ci hanno anche offerto una BBQ di carne di bufalo e canguro (e noi abbiamo offerto una cena a base di noi stessi alle zanzare) e abbiamo passato una bellissima serata fin che un ranger e la sua famiglia ci spiegavano la grande conoscenza di questo territorio da parte degli aborigeni e la storia del parco.
I siti di arte rupestre raccontano storie vecchie anche di 50000 anni e non c’è da stupirsi che gli aborigeni che abitano qui si sentano strettamente legati ad ogni aspetto di questa terra.
Durante la nostra visita avremo visto almeno 5000 cartelli che invitavano a fare molta attenzione ai coccodrilli le uniche cose di questi animali che abbiamo viso finora sono state collane, borse e cinture nei negozi del centro.
Finita la visita al Kakadu ci siamo spostati nel vicino (300 km) Lietchfield National Park, famoso per le sue cascate e il suo ambiente assolutamente fantastico.
Il parco offre diversi siti dove si possono fare passeggiate, dove ci si può rilassare o nuotare in specchi di acqua purissima. Non c’è da stupirsi che ogni posto fosse affollatissimo di famiglie e gruppi di ragazzi in vacanza. Anche lì il nostro soggiorno è stato più che piacevole e il fine settimana è arrivato senza preavviso… Ora ci resta solo la costa ovest da conquistare: Western Australia stiamo arrivando!

Giu 29

Darwin e la pausa di lavoro


Martedì 26 giugno, ore 18:21, sul posto di lavoro ad Humpty Doo (NORTHERN TERRITORY)

Sono passate quasi sette settimane da quando siamo arrivati a Darwin e oramai anche l’esperienza lavorativa sta per giungere al termine.
Che cosa abbiamo fatto in tutto questo tempo? Qual’è stato il nostro lavoro? Come l’abbiamo trovato? È nato prima l’uovo o la gallina?
Come dicevo nello scorso articolo, abbiamo avuto un piccolo aiuto per trovarlo. Due nostri amici, conosciuti qualche mese fa, avevano iniziato a lavorare qui prima di noi e quando si sono licenziati hanno lasciato detto al boss che sarebbero arrivati altri due ragazzi (cioè noi) a prendere il loro posto (ah com’è facile il mondo del lavoro qui!).
E così siamo stati assunti da questa ditta che vende e produce materiali per l’edilizia e il giardinaggio. Il nostro compito è stato, per la maggior parte, preparare bancali di sacchi pieni di sabbia e cemento, o sabbia, sassi e cemento o sola sabbia e via dicendo, ma abbiamo fatto anche dell’altro. Abbiamo imparato a guidare il muletto e la ruspa (il sogno di ogni bambino di giocare con una ruspa sempre più grande è diventato realtà per noi).
Il ritmo lavorativo è stato piuttosto rilassato (anche troppo a volte) e si lavorava dal lunedì al venerdì per 8 ore (scarse) al giorno. Nonostante il ritmo, comunque, le nostre mani delicate sono diventate ruvide e callose, le nostre braccia e le nostre spalle si sono irrobustite, i nostri piedi si sono distrutti a causa delle scarpe anti infortunio, i nostri occhi si sono abituati al buio delle miniere, le nostre ossa si sono spezzate sotto il peso dei carrelli da trasportare, la nostra pelle si è crepata al calore del sole, e i nostri spiriti si sono fatti freddi e bui come le notti in cui abbiamo dormito all’aperto, il nostro sorriso si è piegato in una smorfia di tristezza e dolore.
Ma le panza è rimasta uguale.
Il capo poi, c’ha dato la possibilità di vivere qui sul posto di lavoro e quindi le spese sono state veramente esigue. Abbiamo allestito il nostro alloggio all’interno dell’ufficio (completo di frigo e clima, che in certi giorni c’ha salvato la vita) e per il resto abbiamo continuato a dormire in van. Il weekend, poi, si passava in centro città dormendo con il van parcheggiato abusivamente di qua e di là, per non perdere le abitudini.
Com’è Darwin?
La città non è una metropoli, e il centro non ha nulla a che vedere con quello di Sydney o Melbourne. Nonostante si affacci sull’oceano non c’è nessuno che faccia il bagno a causa delle cubomeduse e degli squali. Naturalmente ci sono piscine gratuite e compagnia bella per colmare il vuoto!
Ora siamo durante la stagione secca (dry season) e infatti non abbiamo mai visto una goccia di pioggia. Durante la stagione delle piogge (wet season) l’umidità è alle stelle e piove quasi quotidianamente.
Il tempo comunque è fantastico, c’è caldo ma senza umidità e al massimo può capitare che le temperature precipitino un po’ di notte e di mattina presto, ma per il resto si sta veramente bene.
Chi abita qui va fiero della multi culturalità della città e di essere cresciuto in un posto dove si vive con persone da ogni parte del mondo. Non a caso il mercato più famoso della città è quello di Mindle Beach, dove si trovano bancarelle con ogni cosa da ogni dove. Noi abbiamo apprezzato in modo particolare la parte dedicata alla gastronomia… Chi non abita qui, di Darwin apprezza la modernità (è stata ricostruita due volte: una dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale e l’altra dopo il ciclone Tracy, che ha fatto più danni dei bombardamenti) e il suo clima durante la bella stagione.
Come ogni grande città che si rispetti è piena di aree verdi e posti dove passare il tempo libero, ha una grande biblioteca, gallerie e musei e come ogni grande città durante la bella stagione è piena di backpacker che nel weekend affollano i locali del centro e si divertono fino a mattina inoltrata.
Per la prima volta da quando siamo partiti abbiamo assaggiato un po’ di “routine quotidiana”.
Ma tutto questo sta per finire! Passi per il lavoro, ma la routine non è certo roba che si addica a dei backpacker!
Questa settimana abbiamo venduto il nostro amato van. Purtroppo, per motivi economici, abbiamo dovuto trasformarlo da van per viaggiare a van per trasporto. Così un giorno abbiamo smontato tutto e l’abbiamo salutato per sempre. Poi abbiamo fatto un mercatino con tutto il materiale che avevamo all’interno e fine anche dell’esperienza van. Sigh sigh..
Dalla settimana prossima comunque, saremo ancora in viaggio, ancora una volta liberi di esplorare e scoprire le bellezze di questo paese. Come? Lo scoprirete presto!
Ci mancano un po’ di posti da visitare e non ce li faremo certo scappare!
Mancano ancora due mesi, ma ora, davvero, sentiamo la data del ritorno drammaticamente vicina!

Giu 03

Outback: dove finiscono le nuvole e inizia l’orizzonte

Domenica 13 maggio, ore 15:58, campeggio a Noonamah (NORTHERN TERRITORY)

Siamo partiti nel pomeriggio del 30 aprile da Townsiville e per la prima volta al posto di viaggiare da nord a sud o viceversa, abbiamo imboccato la strada che da questa cittadina porta verso ovest, verso l’outback. Dato che non è molto consigliato viaggiare con il buio (gli animali che attraversano la strada rappresentano un grosso problema) ci siamo fermati verso le 6 e mezza di sera dopo aver percorso 250km.
Da lì in poi la media sarebbe stata di 700km al giorno fermandosi un’ora per il pranzo per sgranchirci le gambe e far riposare un po’ il nostro caro van.
Che cosa si può dire dell’outback? Per prima cosa che è molto più “verde” di come lo immaginavo…insomma, verde forse è un parolone, però sicuramente non avrei mai immaginato di vedere tanta vegetazione. Da ciò che avevo letto mi immaginavo una distesa piatta di terra rossa, scarna di vita e arida come il deserto ma evidentemente il tempo molto più umido degli ultimi anni deve aver cambiato le cose anche qui.
La cosa che mi ha colpito di più è stato il cielo: di giorno sembrava un velo azzurro appoggiato da qualche parte dopo l’orizzonte, altre volte si potevano vedere nuvole a perdita d’occhio.
La bellezza di alba e tramonto era seconda solo a quella del cielo stellato.
Viaggiando 7 o 8 ore al giorno le attività da fare non erano molte: si parlava del più e del meno, si leggeva, si ascoltava musica o si dormiva. E si aveva il tempo di pensare. Tanto, tanto tempo. Beh…si guidava molto ovviamente, ma essendo in tre riuscivamo a darci il turno senza diventare matti. Ora uno può pensare che un viaggio così possa essere parecchio noioso.
Niente di più sbagliato!
Il paesaggio fuori continuava a cambiare e la strada che correva diritta sembrava senza fine e aveva qualcosa di ipnotizzante. Un’altra cosa tipica dell’outback sono i road train: tir giganti con tre (o a volte quattro) rimorchi, lunghi 53 metri e che viaggiano sulla bellezza di 60 ruote a 100km orari. Ecco, per loro gli animali che attraversano la strada non sono un problema. Si può dire il contrario invece. Riuscite ad immaginare cosa potrebbe succedere se con la macchina investiste una mucca ai cento all’ora? Se non morite sul colpo di sicuro la macchina fa una brutta fine. Ecco, ad i road train investire una mucca fa lo stesso effetto che fa ad una macchina investire un gatto. NIENTE!
Questi mostri della strada non si fermano mai ed infatti ogni tanto si vedevano carcasse di mucche, canguri, wallaby e qualsiasi altro animale che abbia la sfortuna di attraversare la strada nel momento sbagliato.
Devo dire che anche noi abbiamo dato del nostro: verso la fine del nostro viaggio mi sono chiesto quante specie di insetti abbiamo estinto. Il nostro parabrezza sembrava il cimitero degli insetti volanti. Non so se ho visto più stelle nel cielo in quei giorni o più bestie spiaccicate sul vetro.
Avendo una persona in più del solito non potevamo dormire tutti e tre nel van e così io ed Henry abbiamo dormito a turno in tenda (che nostalgia!) e al contrario di quello che si può pensare il problema era essere sufficientemente coperti ed isolati dal freddo. Tanto le temperature erano alte di giorno, quanto scendevano di notte. Il massimo l’abbiamo raggiunto quando eravamo in campeggio a Yulara (vicino ad Uluru) dove abbiamo dormito tutti e tre nel letto del van (un esperienza che non si è più ripetuta) dato che la temperatura fuori aveva toccato i due gradi.
Le giornate iniziavano con il sorgere del sole e finivano circa un’ora o due dopo il tramonto. Si può dire che seguivamo letteralmente il ritmo della natura.
Dopo un paio di giorni non avevamo più un’idea precisa di che ore fossero, ci lasciavamo semplicemente guidare da ciò che accadeva fuori (il ciclo del sole), da ciò che accadeva dentro (lo stomaco che richiede cibo ) e dai chilometri percorsi.

Tanta strada solo per vedere un sasso gigante?
Beh…si potrebbe vederla anche così, ma Uluru è molto, molto di più di un grandissimo monolite piazzato in mezzo al deserto. Non posso (perché non ne ho le capacità) descrivere cosa si prova a stare là a guardare questo gigante rosso stagliato contro il cielo, ma posso dire che quel roccione racconta una storia, anzi, molte storie che vanno indietro di migliaia di anni e che si perdono nella notte dei tempi quando, secondo gli aborigeni, animali dalle dimensioni gigantesche crearono il mondo, in quella che loro chiamano l’epoca del sogno, lasciando alcune tracce visibili ancora oggi. Ed Uluru ne è una prova.
Dato che un’occasione del genere non capita molte volte nella vita (a meno che non si abiti/lavori a Yulara) abbiamo cercato di fare quante più cose possibili: abbiamo fatto la camminata tutto attorno (dieci chilometri), abbiamo preso parte ad una visita guidata ed abbiamo ammirato da lontano questo gigante sia all’alba che al tramonto, dove Uluru si colora di varie tonalità di rosso o marron a seconda dell’ora.
Una cosa che non abbiamo fatto è stata la scalata della roccia. Mi spiego meglio: esiste un punto ad Uluru dove l’inclinazione permette di salire fino alla “vetta”. Gli aborigeni proprietari del posto e del parco nazionale che lo circonda, chiedono però di non fare questa scalata per vari motivi. Il primo è che per loro è un luogo sacro e nemmeno a loro è permesso scalarlo, il secondo è che la scalata è molto, molto impegnativa e pericolosa (sono morte varie persone facendola) ed infine non vogliono che Uluru sia legata a ricordi tristi. Per loro è un posto pieno di significati positivi e sarebbe molto triste se qualcuno legasse il posto al ricordo della morte di un caro o di un amico.
Penso che, come me, vi starete chiedendo: “Perché tenere aperta la scalata allora?”.
Dovete sapere che negli anni ‘80 il governo ha riconosciuto gli aborigeni locali come legittimi proprietari di questo parco nazionale e lo ha restituito loro. Gli aborigeni a loro volta hanno fatto un’accordo con lo stato per la gestione del parco per 99 anni. Naturalmente quando di mezzo c’è la politica si deve fare qualche compromesso e infatti il governo ha proibito la chiusura della scalata in quanto gli australiani considerano un loro diritto poterla fare, considerandolo qualcosa di patriottico, in ricordo dei loro avi che tanto hanno sacrificato per conquistare questa terra selvaggia.
Per fortuna nel corso degli anni sono sempre meno le persone che salgono su Uluru, australiani e non. Gli amministratori del parco, infatti, catalogano meticolosamente quante persone entrano nel parco e quante praticano la scalata e quando la percentuale scenderà sotto il 20% per un certo periodo, allora la scalata verrà chiusa definitivamente.
Anche se noi non crediamo in serpenti giganti o spiriti cattivi, abbiamo voluto portare rispetto alla cultura degli abitanti locali.
Quando è stato il momento di partire ero veramente triste e nonostante abbia visto posti meravigliosi da quando sono qua, credo che Uluru li batta tutti.
Credo in quegli otto giorni di viaggio siano stati semplicemente meravigliosi, e non sto parlando solo di Uluru: ci siamo fermati a vedere anche i Devil’s Marbles (vedi foto), abbiamo nuotato in terme naturali in mezzo ad una foresta di palme, abbiamo ammirato il cielo notturno scaldandoci al calore di un fuoco ed abbiamo ammirato splendidi tramonti mentre alcuni coyote ululavano in lontananza. Insomma, ci sono state molte più sorprese di quelle che ci aspettavamo e l’outback possiede una magia indescrivibile.

Ora siamo a Darwin, dopo circa quattro ore dal nostro arrivo in città abbiamo trovato lavoro (con un piccolo aiuto a dir la verità) e se tutto va secondo i piani staremo qui fino a fine giugno. E poi? E poi si vedrà, come sempre tante idee ma per ora non abbiamo nulla di certo.
Lo stesso giorno in cui siamo arrivati abbiamo salutato Henry, il suo volo per tornare a casa è il 18 maggio…con lui ci si rivedrà in Oregon fra qualche anno!
Il tempo di permanenza in terra australe si accorcia sempre di più…

Maggio 20

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Maggio 19

Cairns e Cape Tribulation…un oceano di verde e di blu!

Giovedì 10 maggio, ore 16:10, campeggio a Noonamah (NORTHERN TERRITORY)

Eccomi qui ancora, dopo quasi un mese dall’ultima volta che ho aggiornato il blog. In tutto questo tempo abbiamo dovuto rivoluzionare completamente i nostri piani e abbiamo anticipato di un mese tutto il nostro programma. Cos’è successo? È presto detto: da Airlie Beach ci siamo spostati a Townsville, porto di partenza per la vicina Magnetic Island dove avevamo intenzione di passare una manciata di giorni. Dato che avremmo dovuto comunque ritornarci in futuro però, abbiamo deciso di rimandare la vacanza sull’isola ad un possibile dopo lavoro. Dopo la serie di avventure da sogno (vedi post precedente) ci sembrava giunto il momento, infatti, di prenderci un periodo di riposo e incominciare a lavorare e così abbiamo iniziato la nostra ricerca in varie farm sulla costa est, nella zona fra Townsville e Cairns. Già dalla prima cittadina tuttavia, abbiamo capito che la fortuna non era dalla nostra parte: niente lavoro per almeno due o tre settimane. Dato che l’ultima volta che ci avevano detto di aspettare “qualche giorno” abbiamo aspettato due settimane per niente, abbiamo deciso senza esitazione di continuare il nostro viaggio verso nord per cercare fortuna altrove. Purtroppo per noi più a nord ci spostavamo e più il tempo di attesa si dilatava: niente lavoro per almeno QUATTRO o CINQUE settimane! Che fare? La zona era piena di altri backpacker alla ricerca di quattro soldi da mettere in tasca e anche se si fossero liberati due posti non avremmo avuto la garanzia di accaparrarci il lavoro. Dovevamo prendere una decisione in fretta. Infondo quel vaso andava portato in salvo! Un po’ scoraggiati e un po’ senza entusiasmo abbiamo deciso di continuare con il nostro itinerario, rimandando la ricerca di lavoro di 10-15 giorni. Così siamo arrivati a Cairns… Devo dire che in poche occasioni durante questo viaggio ho visto il paesaggio cambiare così radicalmente in poco tempo: più ci avvicinavamo alla città e più tutto si faceva verde. Le colline coperte di una vegetazione color smeraldo incorniciate da nuvole bianche donavano al paesaggio un pizzico di mistero e di selvaggio. La città in sé non aveva molto da offrire ma la sua aria semplice, le vie del centro senza molto traffico e il lungomare con ogni sorta di struttura dove passare il tempo libero (tavoli con BBQ, piscine, pista ciclabile, attrezzi per fare ginnastica ecc) la rendono un posto ideale dove rilassarsi. C’è da dire poi che Cairns è il punto di partenza principale per andare ad esplorare la grande barriera corallina. Unite le due cose assieme ed avrete la città ideale per ogni packpacker, turista o viaggiatore di passaggio. Dato che un po’ di vecchie conoscenze si trovavano in città abbiamo passato più di qualche serata in compagnia e di pomeriggio ce ne stavamo crogiolati all’ombra (al sole faceva troppo caldo) sotto qualche palma a leggere o a giocare a carte. E poi, naturalmente, anche noi abbiamo prenotato il nostro tour e abbiamo passato una giornata immersi ancora una volta fra coralli e pesci di tutti i colori. La bella notizia è che presto potrete goderne un po’ anche voi, dato che stavolta avevamo con noi una macchina fotografica adatta. (Il video è accessibile da QUI) Un’altro dei posti che avevamo in programma di vistiate era Cape Tribulation, circa 150km a nord della città. Il luogo in questione è il punto più a nord che si possa raggiungere con una macchina normale, da lì in poi si necessita di un 4X4. Dopo aver comperato cibarie varie per un paio di giorni, siamo partiti verso questa nuova destinazione. Se prima ero stato colpito dalla natura e dal verde, dopo essere stato a Cape ho dovuto ricredermi. Il paesaggio che avevo visto prima, confrontato con quello che in cui eravamo immersi ora, sembrava un ciuffetto di erba finta in mezzo al cemento. A Cape Tribulation la natura sembra avere il sopravvento su tutto. La foresta pluviale è talmente fitta che non si vede altro. La strada sembra essere lì per sbaglio e comunque si ha l’impressione che possa essere inghiottita da un momento all’altro da tutto il verde che la circonda. La circonda e la sovrasta a dire il vero, dato che per la maggior parte del tempo sembrava di guidare in un tunnel di piante. Avendo letto qualcosa sulle varie guide mi aspettavo di trovarmi immerso nella natura, ma mai avrei pensato che potesse esistere un posto così. Tanta la bellezza del posto che abbiamo persino abbandonato per un paio di giorni la nostra pigrizia e ci siamo cimentati in varie camminate nei sentieri della foresta. Sembrava di essere in una galleria dove la nostra cara madre natura ha dato sfogo a tutta la sua immaginazione: rocce, piante di ogni tipo e ruscelli formavano delle vere e proprie opere d’arte naturali. Se non mi credete basta che diate un’occhiata alle foto! Il paesaggio era talmente selvaggio ed irreale che ad ogni curva mi aspettavo di trovare una base della Karma Corporation e John Lock che mi chiedeva se anche io mi trovato lì dopo un incidente aereo. Dopo essere stati immersi nel verde, aver camminato e nuotato per due giorni ce ne siamo tornati a Cairns, ma solo il tempo necessario per pianificare le nostre prossime mosse. Dato che dovevamo ritornare a Townsville per i dirigerci poi ad ovest verso il grande outback, la cosa più intelligente da fare era quella di tentare la fortuna ancora una volta e fermarci nelle varie località per chiedere se qualcosa era cambiato in quanto a possibilità di lavoro. E così abbiamo fatto. Più o meno. Dopo qualche ora dalla nostra partenza dalla città (siamo partiti verso l’ora del tramonto) ci siamo fermati in un’area di sosta per la notte, dove abbiamo trovato altri tre ragazzi italiani che quel giorno avevano visitato una quarantina di farm nella zona ma di lavoro neanche l’ombra. Quaranta a zero mi sembra un risultato piuttosto convincente per capire che di possibilità non ne avremmo avute molte. La mattina seguente, quindi, siamo ripartiti alla volta di Townsville dove siamo arrivati di primo pomeriggio e dove abbiamo ritrovato Henry, il ragazzo americano che aveva abitato assieme a noi per un po’ di tempo a Melbourne. Eravamo in contatto già da un po’ di tempo e dato che lui aveva finito di lavorare ha deciso di passare assieme a noi gli ultimi giorni della sua vacanza in Australia. La domenica mattina dopo aver preparato armi e bagagli abbiamo lasciato il van nei pressi del porto e ci siamo imbarcati zaini (e tenda) in spalla per la vicina Magnetic. L’idea iniziale era quella di passare un paio di giorni a fare snorkeling fra i coralli che la circondano, ma come abbiamo imparato anche troppo bene, quando si viaggia in questo modo i progetti sono fatti di pongo e si possono modificare quando e come si vuole. Il primo pomeriggio, in effetti, ci siamo dilettati nella nobile arte dello sbirciare i pesci respirando attraverso un tubo di plastica posto fuori dall’acqua, ma la visibilità e la qualità della barriera erano talmente scarse che abbiamo deciso di occupare il nostro secondo giorno in maniera diversa. Tornati al nostro campeggio/ostello abbiamo iniziato a vagliare le varie ipotesi e alla fine abbiamo deciso di dedicarci ad una sana camminata di un paio d’ore seguita da una visita al “wildlife centre” (non saprei come altro definirlo dato che zoo è un parolone) presente sull’isola. Per preparare i muscoli alla camminata, la sera abbiamo gareggiato nella corsa sulla spiaggia organizzata dal campeggio/ostello che metteva in palio 50 bei dollaroni da spendere in cibo e bevande: quello che bisognava fare era correre per una cinquantina di metri, girare attorno all’uomo-staffetta e ritornare al punto di partenza. Il primo (e solo il primo) ad arrivare si sarebbe aggiudicato il premio. Il tutto andava fatto in mutande (mutande e reggiseno nel caso delle ragazze. Delle ragazze e del trenta.) o totalmente nudi se si volevano avere due secondi di vantaggio. Nessuno si è spogliato completamente, a parte l’uomo-staffetta che era nudo e comunque non doveva gareggiare ma fare da staffetta, appunto. Purtroppo non ci siamo aggiudicati il premio, anche se bisogna sottolineare che il trenta è arrivato secondo e io terzo (su una trentina di partecipanti). Insomma, il giorno dopo ci siamo svegliati di buon mattino e passo dopo passo siamo arrivati fino alla cima di un punto panoramico, ex punto strategico di quando l’isola era una base militare, da dove abbiamo ammirato un bellissimo panorama sull’oceano e su parte dell’isola. Dopo essere ritornati dalla camminata siamo andati, come avevo detto, al simil-zoo e ci siamo divertiti per un paio d’ore ad abbracciare koala, giocare con i pappagalli, accarezzare lucertoloni e usare pitoni a mo’ di sciarpa. Il pomeriggio siamo ritornati a Townsville dove abbiamo fatto spesa per una decina di giorni. Da lì a due ore saremmo partiti per l’outback, un’esperienza senza precedenti fra quelle vissute in Australia. Ma questa è un’altra storia… ——————————————————————————————————————————————————————- Consigli e trucchi per un viaggio sereno, cosa bisognerebbe evitare di fare. Ovvero l’osteria degli aneddoti. (PARTE 3) 1- Mettere in lavatrice vestiti chiari assieme a vestiti rossi può far nascere una nuova stirpe di vestiti rosa 2- Parcheggiare il van sotto un albero di pipistrelli diarroici può fargli cambiare colore (e sicuramente non diventa rosa!) 3- È altamente sconsigliato mangiare tonno aperto da due giorni

Apr 19

Queensland il sogno: la canoa, la jeep e la barca a vela.

Mercoledì 18 aprile, ore 18:21, Esplanade di Townsville (QUEENSLAND)

Da quando abbiamo lasciato la Gold Coast sono successe talmente tante cose, tante le avventure e le persone conosciute che sono sicuro mi dimenticherò qualcosa: il nome di un posto, qualcosa di strano che ci è successo, una delle mille cose fantastiche che abbiamo visto o qualcuna delle emozioni che abbiamo vissuto. Ma non perdiamoci in chiacchiere…
Quando siamo arrivati a Brisbane era ormai mattinata inoltrata e siccome ne avevamo un gran bisogno, dopo avere pagato la piazzola di un campeggio poco fuori dal centro, abbiamo fatto le pulizie di primavera del van e abbiamo sistemato i nostri averi. Quando abbiamo finito di far tutto il pomeriggio era alle porte. Dato che in un campeggio in periferia non c’è molto da fare e dato anche che il tempo programmato per Brisbane non era tantissimo, ci siamo diretti verso il centro. Le aspettative sulle città non erano molto alte, niente che ci ispirasse particolarmente insomma. Ci aspettavamo di passare due o tre giorni a girovagare fra musei e luoghi vari, di visitare questo e quello e poi andarcene via senza tanto entusiasmo. Eppure Brisbane è riuscita a sorprenderci!
Anche se non ha nulla di diverso da altri posti che abbiamo visitato, l’atmosfera era rilassata e piacevole e sia il museo che l’Art Gallery mi hanno colpito positivamente. Siccome la città non si affaccia sull’oceano gli abitanti di Brisbane hanno pensato bene di costruire un complesso di piscine sull’argine del fiume che passa per il centro. Così capita di trovarsi nel bel mezzo della città, a due passi dal teatro, e dalla libreria, a camminare su una spiaggia con tanto di palme e sabbia dove sdraiarsi per la tintarella. Una cosa veramente surreale!
Dopo aver passato quindi un paio di giorni piacevoli in città, abbiamo continuato il nostro viaggio verso nord arrivando la mattina seguente nella piccola cittadina di Noosa.


Qui le vie che si trovano a ridosso della spiaggia sono gremite di gente che si aggira fra i vari negozi per fare un po’ di shopping o semplicemente per rinfrescarsi dal caldo tropicale con un rinfrescante gelato. Nonostante sia molto affollata la spiaggia in sé non ha molto da offrire, e anche l’acqua del mare è una fra le peggiori che abbiamo visto fino ad ora. È innegabile comunque che l’atmosfera che si respira là è quella di puro relax, quindi non c’è molto da stupirsi se molte persone scelgono di passarci le loro vacanze.
Il motivo della nostra presenza a Noosa è presto detto: fin che eravamo a Byron Bay avevamo comprato un “pacchetto” con qualche attività da fare in alcuni dei posti più famosi del Queensland e dentro c’hanno piazzato (più o meno aggratis) due giorni di canoa in un parco nazionale subito fuori dalla città.
Dopo aver speso il pomeriggio e la mattinata successiva distesi sulla sabbia a goderci tutto ciò che il buco nell’ozono ha da offrire, siamo partititi nel primo pomeriggio verso il Gagaju Camp guidati dal proprietario che era venuto in città ha prendere gli altri partecipanti. Ora potrei star qui a raccontarvi di tutte le nuove persone che abbiamo conosciuto, delle nuove amicizie e via dicendo, ma nelle ultime due settimane sono state talmente tante che verrebbe fuori solo una grande confusione. Ciò che posso dire, però, è che alcune di quelle persone sono state assieme a noi anche dopo Noosa. Dato che la corrente di giovani viaggiatori segue due direzioni (da nord a sud o viceversa) non è difficile ritrovarsi a più riprese nel lungo viaggio che porta fino all’estremo nord del Queensland con gli stessi compagni di avventura.
Quando siamo arrivati nel campeggio, dicevo, sembrava di essere sul set dell’isola dei famosi oppure di Lost: lascio la parola alle foto per farvi capire il perché, sta di fatto che l’atmosfera ci faceva sentire un po’ avventurieri e un po’ ad un campo scout.
Il giorno dopo essere arrivati ci siamo divisi fra le varie canoe ed abbiamo iniziato a pagaiare placidamente lungo il fiume. La nostra destinazione era un lago a circa un’ora e mezza di remate e mezz’ora di parolacce dal campeggio. Una volta che il fiume sfociava nel lago, infatti, la corrente era talmente forte che per fare due metri servivano tutte la forze che si avevano in corpo. Se poi non fai attività fisica da un’eternità la fatica è anche doppia.
Nonostante tutto ce l’abbiamo fatta sia il primo che il secondo giorno, nel quale oltre ad aver pagaiato parecchio ci siamo fatti anche due ore di camminata. La sera, nonostante la stanchezza tutti trovavamo magicamente la forza di far festa. Festa che per certi versi era molto più impegnativa delle ore d’esercizio pomeridiane.
Siamo andati via da Noosa stanchi ma sicuramente molto felici e con la carica giusta per la seconda delle nostre avventure: Fraser Island.


L’isola si trova a qualche chilometro al largo di Hervey Bay ed è talmente unica nel suo genere che è protetta dall’Unesco.
Fraser è l’isola di sabbia più grande del mondo e le sue caratteristiche sono talmente varie e numerose che mi è impossibile elencarle tutte (anche per un fatto di memoria): sulla sua superficie si trovano una quarantina di laghi di acqua dolce sparsi in ben sette tipi di habitat diversi, dal bush australiano alla foresta pluviale. Oltre alle decine di insetti, ragni e serpenti velenosi (cinque fra i sette più letali di tutta l’Australia sono presenti sull’isola) ci sono anche i famosi dingo, simpatici cagnolini selvatici che ogni tanto si sbranano qualche persona.
Nonostante tutto questo possa farla sembrare un posto da cui stare alla larga, Fraser è un luogo talmente magnifico che si dimentica tutto ciò che di pericoloso ci si possa trovare. I laghi e i fiumi sono di una bellezza tale da togliere il fiato e i panorami che si possono ammirare sono semplicemente incantevoli. L’acqua (piovana) che forma alcuni ruscelli viene filtrata dalla sabbia dell’isola per una cosa come 190 anni prima di rivedere la luce del sole, e infatti è perfettamente potabile, per non parlare di quanto è buona. In alcuni posti si trova una sabbia talmente fine che la si può usare per più di un trattamento di bellezza: ci si possono lavare i capelli (si, avete capito bene), oltre che il corpo ed i denti. Quando eravamo là a strofinarci la sabbia sui denti con un dito mi è venuto in mente che facevamo la stessa cosa io e Edo agli scout, con la sola differenza che noi usavamo il dentifricio…e usavamo il dito perché lo spazzolino era troppo pesante da portare nello zaino.
Altra cosa spettacolare del viaggio a Fraser è stato il fatto che ci spostavamo su fuori strada 4X4. E a guidare eravamo noi! Sfrecciare a 90 all’ora sulla sabbia con un bestione così, con il culo che ti parte ad ogni curva è un’esperienza da provare. Se poi la tua guida è un folle ex artificiere dell’esercito allora la cosa diventa ancora più interessante!
Essendo l’intera isola (e le acqua intorno) parco nazionale, la nostra sistemazione era una comoda tendina sulla spiaggia. Mi sembra inutile descrivervi la bellezza del cielo stellato la sera, ma sono quasi sicuro che pochi hanno avuto la fortuna di assistere al quella che viene chiamata “l’alba della luna” dove si vede il nostro romantico satellite sorgere dall’oceano come fosse il sole, di una grandezza tale che sembrava irreale. Quando l’abbiamo vista noi il colore era di un’arancione infuocato, ma in alcuni periodi dell’anno la si può vedere anche rosa. Non so quella come sia, ma lo spettacolo che abbiamo visto noi è stato qualcosa di veramente unico.
Insomma: un posto mozzafiato, adrenalina e anche qui una buona compagnia. Cosa si può chiedere di più?


Dopo i tre giorni sull’isola siamo ritornarti ad Herley dove abbiamo passato una notte in ostello e siamo partiti il giorno successivo con destinazione Airlie Beach. Essendoci qualcosa come 900 km fra le due città, abbiamo deciso di spezzare un po’ il viaggio. Nonostante i nostri piani iniziali fossero degli altri, li abbiamo cambiati strada facendo e ci siamo fermati in una località il cui nome è tutto un programma: 1770. Essendo solo una tappa di passaggio non abbiamo fatto molto là, se non il solito riposino sulla spiaggia ed aver ammirato un bellissimo tramonto.
Ristorati e riposati il pomeriggio successivo abbiamo percorso altre 4-5 ore di strada e ci siamo fermati la sera in una zona di sosta dove abbiamo trovato anche un chiosco che distribuiva gratuitamente tè, caffè e altre bevande agli automobilisti di passaggio. Dovete sapere che qui in Australia, date le distanze colossali che si possono percorre, prendono la questione delle soste in automobile molto sul serio. Penso sia l’unico paese al mondo dove nei tratti nei quali ci sono i lavori stradali (che si estendono per chilometri e chilometri e bisogna fare i 50 km/h) si trovano cartelli con scritto cose del tipo: “Resta sveglio, gioca a trivial!” per poi trovare cartelli con domande ai quali susseguono a breve distanza quelli con le risposte. Australiani…
Ad Airlie Beach, comunque, siamo arrivati poco dopo mezzogiorno di sabato 14 e dopo aver fatto il check-in dell’avventura che sarebbe iniziata il giorno dopo, abbiamo trovato un posto per il van, ci siamo distesi all’ombra di un paio di palme e la sera siamo andati a ballare. La cittadina conta solo 5000 abitanti e qualcosa nel suo stile mi ha ricordato molto qualche bella località sul lago di Garda.
La mattina dopo ci siamo fatti un paio di nuotate in piscina (la spiaggia è off-limits a causa delle meduse) e poi abbiamo trovato un posto dove lasciare il nostro mezzo per i tre giorni successivi.
Alle quattro del pomeriggio eravamo pronti per imbarcarci sulla Spank Me (bel nome eh?!?) una barca a vela di 25 metri che ci avrebbe accompagnato per alcune delle isole più belle d’Australia: l’arcipelago delle Withsunday!
Già eravamo carichi all’idea di passare due giorni in barca, se poi scopri che il resto dei passeggeri sono per la maggior parte ragazze allora ci metti la firma.
Così mezz’ora dopo stavamo salpando dal porto locale diretti in una piccola baia dove avremmo passato la notte. L’entusiasmo di tutti era alle stelle e non farete fatica a credermi se vi dico che osservare il tramonto sull’oceano cullati dal ritmo delle onde è una cosa che non scorderò facilmente.
Dopo poco la partenza lo skipper c’ha dato le varie informazioni sulla sicurezza e sulla vita a bordo, e c’ha anche avvisato che durante il viaggio si sarebbe ballato un po’…
Un po’…
Dopo quasi tre ore a saltare su e giù vi assicuro che non erano in molti quelli che avevano voglia di parlare e tanto meno di mangiare. Per fortuna, però, la cena è stata servita solo dopo che eravamo sul posto e nostri cari stomachi avevano fatto in tempo a riassestarsi.
Dopo cena poi me ne sono stato a parlare con tre ragazze che avevo conosciuto a Fraser, e siamo stati fino a mezzanotte passata ad osservare il magnifico cielo stellato distesi sul ponte della nave.
Quando sono andato a letto poi mi sono addormentato cullato dalle onde e rasserenato dal suono del loro infrangersi dolcemente sulla barca.
Mi viene da piangere se ci ripenso!
La mattina dopo la sveglia è stata alle 5 e mezza e purtroppo ad accoglierci fuori c’erano dei bei nuvoloni grigi.
Giunti a destinazione abbiamo ancorato poco al largo di una delle isole e siamo stati scarrozzati fino a riva con un gommone. Sull’isola ci siamo fatti un breve passeggiata fino ad un punto panoramico da dove si sarebbe goduta una bellissima vista se non fosse stato rovinato tutto dal brutto tempo.
Come se non bastasse nella strada per andare su una spiaggia sul lato opposto dell’isola ha iniziato a piovere a dirotto. L’unica consolazione è stata il fatto che faceva talmente caldo che la temperatura era accettabile.
Pioggia o non pioggia sulla spiaggia ci siamo arrivati e abbiamo passato un paio d’ore a scattare foto, nuotare e osservare le razze e piccoli lemon shark nuotare vicino a riva. Non stavo più nella pelle!
Nel frattempo il tempo era migliorato un po’ e quando siamo tornati a bordo il sole splendeva di nuovo.
Da lì ci siamo spostati vicino ad un’altra isola e dopo aver indossato maschera, pinne e boccaglio ci siamo tuffati non solo nelle acque calde della baia (trenta gradi) ma proprio in un altro mondo: davanti a noi distese di coralli a perdita d’occhio, pesci di ogni forma, colore e dimensione che ci nuotavano vicino senza la minima paura. Mi sono innamorato del mondo che c’è là sotto.
Dopo (credo) un’ora ci siamo spostati ancora una volta per un’altra uscita di snorkeling e nonostante non ci fossero tanti pesci quanti ne avevamo trovati prima, lo spettacolo c’è stato lo stesso dato che ci siamo tuffati mentre il sole stava cedendo il posto alla luna, e tutto era colorato d’oro e di rosso.
Sia stato per il fatto che c’avevamo fatto l’abitudine o forse perché eravamo ben affamati ma la seconda sera non solo abbiamo cenato più volentieri, ma tutti eravamo anche più loquaci.
Il terzo giorno ci siamo svegliati con il rumore della pioggia che cadeva forte, ma per fortuna dopo colazione aveva già smesso, sebbene il cielo fosse sempre nuvoloso.
Così ci siamo tuffati ancora fra coralli e pesci colorati e ancora avrei potuto restare a nuotare per ore ed ore.
Prima di riprendere la rotta per il ritorno ci siamo fermati in un altra baia per la quarta ed ultima nuotata nella barriera corallina, anche se questa volta non tutti sono venuti dato che il brutto tempo persisteva. Verso le quattro del pomeriggio stavamo rimettendo i piedi sulla terra ferma: sporchi, stanchi ma sicuramente felicissimi.
La sera ci siamo ritrovati quasi tutti in un locale in centro e dopo aver cenato abbiamo passato l’ultima serata assieme.
Come tutte le cose, anche questa è arrivata alla fine e dopo baci ed abbracci ci siamo salutati con la speranza di rivedersi ancora in futuro… La lista degli amici da visitare in giro per il mondo sia allunga sempre di più…
Abbiamo percorso più di 7000 km per ora e non siamo nemmeno a metà strada!

Apr 01

Sydney e Gold Coast: nuovi amici, nuovi ricordi e l’inizio di una nuova avventura!

Mercoledì 07 marzo, ore 16:56, Newcastle Library (NSW)

La pioggia ha cominciato a cadere mercoledì mattina e fra alti e bassi ha continuato fino a sabato notte. Naturalmente tenevamo controllate le previsioni (che ogni tanto si sbagliano anche qui) e abbiamo dovuto cambiare il nostro programma di parecchio, tanto che abbiamo saltato alcuni posti che dovevamo visitare. Nonostante il brutto tempo avevamo ancora qualcosa “al coperto” da visitare. La prima tappa è stato il Power House Museum, una specie di museo delle scienze naturali con un sacco di postazioni interattive ma con la piccola particolarità che è organizzato veramente male. Oltretutto stavano facendo anche dei lavori all’interno e quindi il casino era, se possibile, ancora più esagerato. L’unica sezione che ho trovato davvero interessante è stata quella relativa al design, dove erano esposti i vincitori di un concorso che hanno fatto nel 2011 e un’altra con gli oggetti più all’avanguardia che sono stati prodotti in Australia sempre lo stesso anno. Fra le altre cose mi ha colpito una borsa (stile quelle che si usano per andare in palestra o quelle che hanno le squadre di calcio) che può diventare una tenda monoposto!
Comunque sia dopo il museo il trenta si è diretto al vicino Paddy’s market e io ho passato due fra le ore più belle della mia vita con gli occhi spalancati a guardare la mostra su Harry Potter ospitata in un’ala separata del museo. Se qualcuno volesse dei particolari in più mi contatti per vie private.
Dopo aver raggiunto il trenta abbiamo fatto un giro assieme al mercato e ce ne siamo tornati piano piano con calma al campeggio (sempre sotto la pioggia battente) ed abbiamo passato la serata là, dove l’unico evento degno di nota è stato quando il vento ha rotto un ramo (della lunghezza di un braccio) di un albero che avevamo vicino al van, che c’è caduto sopra facendo in primo luogo tanto casino quanto avrebbe fatto se fosse caduto l’intero albero e in secondo luogo c’ha quasi fatto morire d’infarto.
Nei due giorni successivi la pioggia non c’ha mai abbandonati, ma noi avevamo ancora qualcosa in saccoccia e un po’ d’acqua non ci poteva certo fermare!
Ci siamo visitati così l’Art Gallery of New South Wales che ho trovato abbastanza interessante ma non entusiasmante se non per due cose: la prima era una mostra di opere fatte da ragazzi di scuole d’arte dello stato (MERAVIGLIOSA) e la seconda era una mostra (ospitata temporaneamente) su Picasso, organizzata in varie stanze che ne ripercorrevano l’evoluzione artistica.
Dato che la mostra su Picasso era a pagamento, il trenta ha deciso di non spendere soldi su qualcosa che non poteva capire ed è quindi andato a investirli sul tavolo verde del casinò locale.
Finito di visitare e rivisitare in lungo e in largo l’intera galleria ho deciso che era arrivato il momento di conoscere in modo più approfondito l’icona delle icone, l’edificio degli edifici: la Sydney Opera House!
Dopo aver percorso mezza città sotto la pioggia sono giunto a destinazione ed ho preso il biglietto per il primo tour disponibile. Dopo meno di un’ora ne stavo visitando le sezioni e le stanze, ascoltandone la storia che in certi punti ha dell’incredibile.
La domenica il tempo ha deciso di darci una tregua e così siamo andati a visitare i giardini botanici di Sydney, che quel giorno ospitavano anche una serie di concerti ed esibizioni di musiche tradizionali di varie parti del mondo. Ah si, mi sono dimenticato che la mattina, prima di andare in centro, abbiamo lasciato il campeggio e nonostante la nostra super organizzazione ce ne siamo andati in ritardo dato che il van era rimasto fermo un po’ troppo e la batteria si è scaricata.
Verso sera ha ricominciato a cadere la pioggia e così siamo andati al casinò…a dir la verità era già in programma, dato che quel giorno davano 20 dollari da giocare ai tavoli ed un piatto di fish and chips a chiunque si fosse registrato (ovviamente noi abbiamo piazzato un bel po’ di dati falsi e ci siamo sbaffati la cena gratis).
Lunedì mattina abbiamo scoperto che la batteria era ancora scarica e così, su consiglio di un ragazzo che avevamo trovato il giorno prima in campeggio, siamo andati a fare una specie di assicurazione (qui puoi girare anche senza se vuoi) che ti dà, fra le altre cose, l’opportunità di chiamare il loro servizio di pronto intervento 24 ore su 24 in qualsiasi parte del paese in cui ti trovi.
Dopo aver sistemato anche queste scartoffie ci siamo diretti (dulcis infundus) alla famosa Bondi Beach. Molti c’avevano detto di non andare perché, dicevano loro, troppo incasinata e piena di gente.
Sarà stato per il fatto che avevamo voglia di un po’ di sole o forse perché su 1000 persone 987 erano belle ragazze, ma noi non l’abbiamo trovata ne troppo affollata ne priva di interesse.
Così abbiamo passato tutto il giorno a Bondi (metà giornata in spiaggia e l’altra metà a camminare da e per la stazione che si trovava a due giorni a cavallo dalla spiaggia) e la sera ci siamo pure concessi di mangiare qualcosa in giro. Due giorni su due senza cucinare. Son soddisfazioni.
Martedì mattina siamo partiti da Sydney dopo aver chiesto aiuto (ricordo che la batteria era ancora scarica) ai vigili del fuoco che avevano parcheggiato la caserma proprio di fianco al nostro van. Guarda te la fortuna che si ha a volte!
Con un po’ di tristezza nel cuore ci siamo lasciati la città alle spalle e abbiamo iniziato il nostro viaggio verso nord. Avevamo in programma di visitare un parco nazionale subito a nord di Sydney, ma le nuvole minacciose che si vedevano all’orizzonte c’hanno fatto cambiare programma. Così siamo proseguiti ancora più su e ci siamo fermati nella cittadina balneare di The Entrance (io non so come si faccia a chiamare una città “L’Entrata”) e dopo aver steso i nostri bei teli sulla spiaggia abbiamo acceso la modalità “relax”. Il tempo nel frattempo era migliorato ed a parte una brezza un po’ insistente non si stava male. Dopo una mezz’oretta però, il vento ha cominciato a farsi insopportabile e io ho deciso di abbandonare la mia postazione e mi sono fatto una passeggiata sulla spiaggia. Il trenta nel frattempo stava scavando un tunnel per uscire dalla duna di sabbia che lo aveva sommerso fin che dormiva.
Dopo aver deciso che non sarei ritornato in spiaggia a farmi la sabbiatura mi sono messo a leggere in un parco lì vicino. Quando il trenta mi ha raggiunto abbiamo deciso di spostarci e siamo saliti in van. Batteria scarica, ancora una volta! Abbiamo capito che era da cambiare. Il fatto è che l’assicurazione che avevamo fatto sarebbe stata valida a partire da 48 ore dopo averla fatta, così abbiamo dovuto aspettare il mercoledì mattina, cioè oggi, giorno in cui sto scrivendo.
Insomma, ieri dopo aver constato che avremmo dovuto star fermi là ci siamo fatti un giro in paese ed abbiamo fatto un po’ di spesa, abbiamo cenato (in compagnia di una squadra di rugby che era venuta a fare un po’ di riscaldamento nel parcheggio dove eravamo) e abbiamo passato la serata in van a guardare un film.
Questa mattina abbiamo finalmente potuto chiamare l’assistenza e abbiamo cambiato la batteria. Speriamo che per un po’ non capiti nient’altro. Purtroppo il tempo oggi non è dei migliori (stamattina ha piovuto talmente tanto che per un po’ ho pensato che avremmo dovuto vendere il van per comprare una barca) e dopo essere arrivati a Newcastle siamo venuti in biblioteca. Nelle vicinanze ci sono un paio di belle spiagge e quindi credo staremo qui fino a quando il tempo non migliorerà.



Lunedì 26 marzo, ore 20:23, in un parcheggio qualsiasi di un paesino qualsiasi nella Gold Coast (QUEENSLAND)

Oggi sono esattamente sei mesi che stiamo vivendo a testa in giù, sei bellissimi mesi che c’hanno fatto vivere mille avventure e conoscere decine e decine di persone. Il fatto è che per noi sembra siano passati solo una manciata di giorni!
Da quando abbiamo lasciato Newcastle i nostri giorni sono stati talmente pieni che solo ora, dopo quasi venti giorni, ho trovato il tempo di scrivere.
Come accennavo in precedenza abbiamo aspettato il bel tempo e per nostra fortuna non abbiamo dovuto attendere molto. Nel primo giorno di sole a Newcastle ci siamo recati ai “bagni” (piscine scavate nella roccia ma riempite direttamente con l’acqua dell’oceano) costruiti negli anni venti ma che sono ancora ben conservati e devo dire anche molto usati. Il posto infatti era pieno di gente e abbiamo passato la giornata là, osservando i surfisti che si dilettavano al largo della spiaggia vicina e i bambini, probabilmente in gita di un giorno con la scuola, che nuotavano nelle acque sicure della piscina. Nel tempo in cui siamo rimasti ho capito due cose sugli australiani:
1) sanno prendersi i loro tempi per combattere lo stress del lavoro e della routine quotidiana (ho visto uno dei surfisti ritornare a riva, farsi una doccia veloce, vestirsi in giacca e cravatta e andare al lavoro);
2) ora mi è chiaro perché crescono in modo così selvaggio (i bambini della scolaresca, dopo un paio di nuotate hanno passato il resto del tempo appoggiati al bordo esterno delle piscine a beccarsi in faccia, con fior fior di risate, tutte le onde che si infrangevano lì, e qui le onde non scherzano, fidatevi).

Dopo Newcastle abbiamo cominciato a risalire la costa e con tutta sincerità l’abbiamo fatto anche più veloce del previsto dato che, per quanto fossero incantevoli i posti, per la maggior parte erano deserti o quasi e noi incominciavamo a sentire il bisogno di un po’ di compagnia.
E poi siamo arrivati a Byron Bay.
Posso quasi mettere la mano sul fuoco dicendo che nessuno, al di fuori di chi in Australia c’è già stato, conosce questa cittadina.
Nonostante conti circa 9000 anime è una delle mete preferite dai backpackers e quando vi ci si trascorre almeno un paio di giorni non si fatica a capire il perché!
Il posto sembra essersi fermato in qualche punto fra gli anni 60 e i 70, ma il fatto che vi siano hippy nudi che girano in bicicletta sembra non toccare i turisti “per bene” che si godono lì le loro vacanze.
Sembra quasi di essere catapultati in un altro mondo fatto di negozi dai colori (e dai prodotti) psichedelici, scuole di surf o di yoga, di caffè alla moda e di ristoranti per vegetariani. Ad aumentare il senso di diversità poi c’è anche lo stile di vita, talmente rilassato e diverso che lo si percepisce quasi fisicamente.
Il parco principale delle città è sempre affollato di famiglie con i bambini, di gente che fa yoga o jogging, di gruppi di ragazzi o di artisti che pitturano ispirati dal luogo. È veramente difficile descriverlo, e penso sia quasi impossibile capire di cosa sto parlando se non si è già stati là.
Comunque sia il giorno dopo essere arrivati abbiamo conosciuto un altro gruppo di backpackers, evento che ha cambiato radicalmente la nostra permanenza a Byron e in certi punti anche quella in Australia.
Gli elementi in questione sono Andi (tedesco), Nikita (tedesco) e Tom (inglese). I tre stanno viaggiando insieme da un po’ e se mi mettessi a raccontare metà delle loro avventure potrei scrivere per ore. Sta di fatto che alla fine ci siamo fermati là per otto giorni, passando le nostre serate a divertirci insieme a loro (ed anche ad altra gente) alternando le serate fra una birra al Woody’s e il Cheeky Monkeys (per chi conosce il locale sa bene di cosa parlo) dove ogni pazzia che ti viene in mente può diventare realtà.
Le giornate iniziavano più o meno a mezzogiorno e quando il tempo lo permetteva (mai vista tanta pioggia in vita mia) si stava in spiaggia o nel parco, altrimenti ci si infilava abusivamente in uno degli ostelli del posto per guardare film, conoscere gente e ricaricare i vari aggeggi elettronici.
Nonostante il divieto assoluto di dormire dentro il van in qualsiasi luogo, Byron Bay è popolata e affollatissima di backpackers da ogni dove e di ogni tipo, e naturalmente tutti dormono dentro il proprio furgoncino dove gli pare e piace. Che poi la polizia venga a svegliarti alle 4 e mezza di mattina dicendoti che non puoi star lì poco importa. Se hai voglia ti sposti e altrimenti resti lì lo stesso: la polizia il suo dovere l’ha fatto (ti ha avvisato) e tu anche (hai ascoltato). Insomma, in poco più di una settimana Byron si è aggiudicata un bel posto sul podio fra i nostri luoghi preferiti nella terra dei canguri.
Dopo quei fantastici otto giorni è arrivato tuttavia il momento di dire addio anche alla “terra promessa dei backpackers” e assieme agli altri ci siamo diretti verso Surfers Paradise, una cittadina al di là del confine conosciuta come la Miami australiana e come la capitale del divertimento in Queensland.
Anche lì, come già in precedenza a Byron Bay, siamo arrivati sotto una pioggia incessante (gli ultimi temporali della stagione umida che sta per finire, per fortuna) ma l’impatto non poteva essere più diverso. Quanto BB era semplice e accogliente, tanto Surfers è caotica e chic, quanto BB è popolata di casette ad un solo piano immerse nel verde, tanto Surfers è incorniciata da grattacieli e negozi dove paghi solo a guardare dentro, tanto la gente di Byron è semplice e gentile, quanto Surfers è popolata di persone “d’alto livello” che bisognerebbe prendere e buttarle nel fuoco.
No, scherzo ovviamente! Il deserto andrebbe meglio, un po’ più di agonia.
Sarà anche una cosa personale ma ho odiato il posto fin da subito e la sera, quando siamo usciti per girare un po’ fra i locali, il senso di repulsione è aumentato talmente tanto che me ne sono tornato in van senza mettere piede in nessun posto.
Il giorno dopo per fortuna ha ricominciato a splendere il sole e così abbiamo passato (purtroppo) l’ultima giornata assieme agli altri che si sono diretti verso Brisbane. Dato che devono essere a Darwin entro il 17 aprile (Nikita ha il volo di ritorno per quella data) devono visitare una bella fetta di paese piuttosto di fretta e quindi non possiamo viaggiare assieme, dato che noi che un biglietto di ritorno ancora non ce l’abbiamo e possiamo prendercela comoda.
Ora per fortuna ci siamo allontanati da quella città infernale e ci stiamo godendo un po’ di giorni fra i parchi tematici che ci sono in giro (un biglietto, tre parchi, entrate illimitate) passando il tempo fra un tuffo da uno degli scivoli da brivido del “Wet ‘n Wild” o sfrecciando a più di 100 km/h in una delle montagne russe degli Worner Bross Studios.
La prossima tappa sarà Brisbane…ed è solo l’inizio della nostra avventura in Queensland!

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Dialogo fra un adolescente di un posto sperduto in Queensland e un viaggiatore italiano che stava leggendo nei paraggi:

A(do): Ehy, ciao! Come va?

G(ian): Ehy! Insomma, oggi sono un po’ ammalato. Te?

A: Tutto bene. Vivi in van?

G: Si, sto viaggiando per l’Australia. Sono qui con un amico, ma ora non è qua lui.

A: Ah, deve essere difficile.

G: Solo a volte, ma comunque è bello.

A: Senti…hai per caso dell’erba o qualcosa da fumare?

G: No mi spiace, io non fumo!

A: (con faccia sbalordita) E cosa fate quando siete annoiati???

G: (con faccia ancora più sbalordita e dopo un momento per riprendersi dallo shock) Beh sai…viaggiando non è facile annoiarsi, si incontrano persone, ci si diverte…

A: Ah…ok, ciao.

Mar 13

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