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LA PRIMA CAMICIA

Queensland il sogno: la canoa, la jeep e la barca a vela.

Mercoledì 18 aprile, ore 18:21, Esplanade di Townsville (QUEENSLAND)

Da quando abbiamo lasciato la Gold Coast sono successe talmente tante cose, tante le avventure e le persone conosciute che sono sicuro mi dimenticherò qualcosa: il nome di un posto, qualcosa di strano che ci è successo, una delle mille cose fantastiche che abbiamo visto o qualcuna delle emozioni che abbiamo vissuto. Ma non perdiamoci in chiacchiere…
Quando siamo arrivati a Brisbane era ormai mattinata inoltrata e siccome ne avevamo un gran bisogno, dopo avere pagato la piazzola di un campeggio poco fuori dal centro, abbiamo fatto le pulizie di primavera del van e abbiamo sistemato i nostri averi. Quando abbiamo finito di far tutto il pomeriggio era alle porte. Dato che in un campeggio in periferia non c’è molto da fare e dato anche che il tempo programmato per Brisbane non era tantissimo, ci siamo diretti verso il centro. Le aspettative sulle città non erano molto alte, niente che ci ispirasse particolarmente insomma. Ci aspettavamo di passare due o tre giorni a girovagare fra musei e luoghi vari, di visitare questo e quello e poi andarcene via senza tanto entusiasmo. Eppure Brisbane è riuscita a sorprenderci!
Anche se non ha nulla di diverso da altri posti che abbiamo visitato, l’atmosfera era rilassata e piacevole e sia il museo che l’Art Gallery mi hanno colpito positivamente. Siccome la città non si affaccia sull’oceano gli abitanti di Brisbane hanno pensato bene di costruire un complesso di piscine sull’argine del fiume che passa per il centro. Così capita di trovarsi nel bel mezzo della città, a due passi dal teatro, e dalla libreria, a camminare su una spiaggia con tanto di palme e sabbia dove sdraiarsi per la tintarella. Una cosa veramente surreale!
Dopo aver passato quindi un paio di giorni piacevoli in città, abbiamo continuato il nostro viaggio verso nord arrivando la mattina seguente nella piccola cittadina di Noosa.


Qui le vie che si trovano a ridosso della spiaggia sono gremite di gente che si aggira fra i vari negozi per fare un po’ di shopping o semplicemente per rinfrescarsi dal caldo tropicale con un rinfrescante gelato. Nonostante sia molto affollata la spiaggia in sé non ha molto da offrire, e anche l’acqua del mare è una fra le peggiori che abbiamo visto fino ad ora. È innegabile comunque che l’atmosfera che si respira là è quella di puro relax, quindi non c’è molto da stupirsi se molte persone scelgono di passarci le loro vacanze.
Il motivo della nostra presenza a Noosa è presto detto: fin che eravamo a Byron Bay avevamo comprato un “pacchetto” con qualche attività da fare in alcuni dei posti più famosi del Queensland e dentro c’hanno piazzato (più o meno aggratis) due giorni di canoa in un parco nazionale subito fuori dalla città.
Dopo aver speso il pomeriggio e la mattinata successiva distesi sulla sabbia a goderci tutto ciò che il buco nell’ozono ha da offrire, siamo partititi nel primo pomeriggio verso il Gagaju Camp guidati dal proprietario che era venuto in città ha prendere gli altri partecipanti. Ora potrei star qui a raccontarvi di tutte le nuove persone che abbiamo conosciuto, delle nuove amicizie e via dicendo, ma nelle ultime due settimane sono state talmente tante che verrebbe fuori solo una grande confusione. Ciò che posso dire, però, è che alcune di quelle persone sono state assieme a noi anche dopo Noosa. Dato che la corrente di giovani viaggiatori segue due direzioni (da nord a sud o viceversa) non è difficile ritrovarsi a più riprese nel lungo viaggio che porta fino all’estremo nord del Queensland con gli stessi compagni di avventura.
Quando siamo arrivati nel campeggio, dicevo, sembrava di essere sul set dell’isola dei famosi oppure di Lost: lascio la parola alle foto per farvi capire il perché, sta di fatto che l’atmosfera ci faceva sentire un po’ avventurieri e un po’ ad un campo scout.
Il giorno dopo essere arrivati ci siamo divisi fra le varie canoe ed abbiamo iniziato a pagaiare placidamente lungo il fiume. La nostra destinazione era un lago a circa un’ora e mezza di remate e mezz’ora di parolacce dal campeggio. Una volta che il fiume sfociava nel lago, infatti, la corrente era talmente forte che per fare due metri servivano tutte la forze che si avevano in corpo. Se poi non fai attività fisica da un’eternità la fatica è anche doppia.
Nonostante tutto ce l’abbiamo fatta sia il primo che il secondo giorno, nel quale oltre ad aver pagaiato parecchio ci siamo fatti anche due ore di camminata. La sera, nonostante la stanchezza tutti trovavamo magicamente la forza di far festa. Festa che per certi versi era molto più impegnativa delle ore d’esercizio pomeridiane.
Siamo andati via da Noosa stanchi ma sicuramente molto felici e con la carica giusta per la seconda delle nostre avventure: Fraser Island.


L’isola si trova a qualche chilometro al largo di Hervey Bay ed è talmente unica nel suo genere che è protetta dall’Unesco.
Fraser è l’isola di sabbia più grande del mondo e le sue caratteristiche sono talmente varie e numerose che mi è impossibile elencarle tutte (anche per un fatto di memoria): sulla sua superficie si trovano una quarantina di laghi di acqua dolce sparsi in ben sette tipi di habitat diversi, dal bush australiano alla foresta pluviale. Oltre alle decine di insetti, ragni e serpenti velenosi (cinque fra i sette più letali di tutta l’Australia sono presenti sull’isola) ci sono anche i famosi dingo, simpatici cagnolini selvatici che ogni tanto si sbranano qualche persona.
Nonostante tutto questo possa farla sembrare un posto da cui stare alla larga, Fraser è un luogo talmente magnifico che si dimentica tutto ciò che di pericoloso ci si possa trovare. I laghi e i fiumi sono di una bellezza tale da togliere il fiato e i panorami che si possono ammirare sono semplicemente incantevoli. L’acqua (piovana) che forma alcuni ruscelli viene filtrata dalla sabbia dell’isola per una cosa come 190 anni prima di rivedere la luce del sole, e infatti è perfettamente potabile, per non parlare di quanto è buona. In alcuni posti si trova una sabbia talmente fine che la si può usare per più di un trattamento di bellezza: ci si possono lavare i capelli (si, avete capito bene), oltre che il corpo ed i denti. Quando eravamo là a strofinarci la sabbia sui denti con un dito mi è venuto in mente che facevamo la stessa cosa io e Edo agli scout, con la sola differenza che noi usavamo il dentifricio…e usavamo il dito perché lo spazzolino era troppo pesante da portare nello zaino.
Altra cosa spettacolare del viaggio a Fraser è stato il fatto che ci spostavamo su fuori strada 4X4. E a guidare eravamo noi! Sfrecciare a 90 all’ora sulla sabbia con un bestione così, con il culo che ti parte ad ogni curva è un’esperienza da provare. Se poi la tua guida è un folle ex artificiere dell’esercito allora la cosa diventa ancora più interessante!
Essendo l’intera isola (e le acqua intorno) parco nazionale, la nostra sistemazione era una comoda tendina sulla spiaggia. Mi sembra inutile descrivervi la bellezza del cielo stellato la sera, ma sono quasi sicuro che pochi hanno avuto la fortuna di assistere al quella che viene chiamata “l’alba della luna” dove si vede il nostro romantico satellite sorgere dall’oceano come fosse il sole, di una grandezza tale che sembrava irreale. Quando l’abbiamo vista noi il colore era di un’arancione infuocato, ma in alcuni periodi dell’anno la si può vedere anche rosa. Non so quella come sia, ma lo spettacolo che abbiamo visto noi è stato qualcosa di veramente unico.
Insomma: un posto mozzafiato, adrenalina e anche qui una buona compagnia. Cosa si può chiedere di più?


Dopo i tre giorni sull’isola siamo ritornarti ad Herley dove abbiamo passato una notte in ostello e siamo partiti il giorno successivo con destinazione Airlie Beach. Essendoci qualcosa come 900 km fra le due città, abbiamo deciso di spezzare un po’ il viaggio. Nonostante i nostri piani iniziali fossero degli altri, li abbiamo cambiati strada facendo e ci siamo fermati in una località il cui nome è tutto un programma: 1770. Essendo solo una tappa di passaggio non abbiamo fatto molto là, se non il solito riposino sulla spiaggia ed aver ammirato un bellissimo tramonto.
Ristorati e riposati il pomeriggio successivo abbiamo percorso altre 4-5 ore di strada e ci siamo fermati la sera in una zona di sosta dove abbiamo trovato anche un chiosco che distribuiva gratuitamente tè, caffè e altre bevande agli automobilisti di passaggio. Dovete sapere che qui in Australia, date le distanze colossali che si possono percorre, prendono la questione delle soste in automobile molto sul serio. Penso sia l’unico paese al mondo dove nei tratti nei quali ci sono i lavori stradali (che si estendono per chilometri e chilometri e bisogna fare i 50 km/h) si trovano cartelli con scritto cose del tipo: “Resta sveglio, gioca a trivial!” per poi trovare cartelli con domande ai quali susseguono a breve distanza quelli con le risposte. Australiani…
Ad Airlie Beach, comunque, siamo arrivati poco dopo mezzogiorno di sabato 14 e dopo aver fatto il check-in dell’avventura che sarebbe iniziata il giorno dopo, abbiamo trovato un posto per il van, ci siamo distesi all’ombra di un paio di palme e la sera siamo andati a ballare. La cittadina conta solo 5000 abitanti e qualcosa nel suo stile mi ha ricordato molto qualche bella località sul lago di Garda.
La mattina dopo ci siamo fatti un paio di nuotate in piscina (la spiaggia è off-limits a causa delle meduse) e poi abbiamo trovato un posto dove lasciare il nostro mezzo per i tre giorni successivi.
Alle quattro del pomeriggio eravamo pronti per imbarcarci sulla Spank Me (bel nome eh?!?) una barca a vela di 25 metri che ci avrebbe accompagnato per alcune delle isole più belle d’Australia: l’arcipelago delle Withsunday!
Già eravamo carichi all’idea di passare due giorni in barca, se poi scopri che il resto dei passeggeri sono per la maggior parte ragazze allora ci metti la firma.
Così mezz’ora dopo stavamo salpando dal porto locale diretti in una piccola baia dove avremmo passato la notte. L’entusiasmo di tutti era alle stelle e non farete fatica a credermi se vi dico che osservare il tramonto sull’oceano cullati dal ritmo delle onde è una cosa che non scorderò facilmente.
Dopo poco la partenza lo skipper c’ha dato le varie informazioni sulla sicurezza e sulla vita a bordo, e c’ha anche avvisato che durante il viaggio si sarebbe ballato un po’…
Un po’…
Dopo quasi tre ore a saltare su e giù vi assicuro che non erano in molti quelli che avevano voglia di parlare e tanto meno di mangiare. Per fortuna, però, la cena è stata servita solo dopo che eravamo sul posto e nostri cari stomachi avevano fatto in tempo a riassestarsi.
Dopo cena poi me ne sono stato a parlare con tre ragazze che avevo conosciuto a Fraser, e siamo stati fino a mezzanotte passata ad osservare il magnifico cielo stellato distesi sul ponte della nave.
Quando sono andato a letto poi mi sono addormentato cullato dalle onde e rasserenato dal suono del loro infrangersi dolcemente sulla barca.
Mi viene da piangere se ci ripenso!
La mattina dopo la sveglia è stata alle 5 e mezza e purtroppo ad accoglierci fuori c’erano dei bei nuvoloni grigi.
Giunti a destinazione abbiamo ancorato poco al largo di una delle isole e siamo stati scarrozzati fino a riva con un gommone. Sull’isola ci siamo fatti un breve passeggiata fino ad un punto panoramico da dove si sarebbe goduta una bellissima vista se non fosse stato rovinato tutto dal brutto tempo.
Come se non bastasse nella strada per andare su una spiaggia sul lato opposto dell’isola ha iniziato a piovere a dirotto. L’unica consolazione è stata il fatto che faceva talmente caldo che la temperatura era accettabile.
Pioggia o non pioggia sulla spiaggia ci siamo arrivati e abbiamo passato un paio d’ore a scattare foto, nuotare e osservare le razze e piccoli lemon shark nuotare vicino a riva. Non stavo più nella pelle!
Nel frattempo il tempo era migliorato un po’ e quando siamo tornati a bordo il sole splendeva di nuovo.
Da lì ci siamo spostati vicino ad un’altra isola e dopo aver indossato maschera, pinne e boccaglio ci siamo tuffati non solo nelle acque calde della baia (trenta gradi) ma proprio in un altro mondo: davanti a noi distese di coralli a perdita d’occhio, pesci di ogni forma, colore e dimensione che ci nuotavano vicino senza la minima paura. Mi sono innamorato del mondo che c’è là sotto.
Dopo (credo) un’ora ci siamo spostati ancora una volta per un’altra uscita di snorkeling e nonostante non ci fossero tanti pesci quanti ne avevamo trovati prima, lo spettacolo c’è stato lo stesso dato che ci siamo tuffati mentre il sole stava cedendo il posto alla luna, e tutto era colorato d’oro e di rosso.
Sia stato per il fatto che c’avevamo fatto l’abitudine o forse perché eravamo ben affamati ma la seconda sera non solo abbiamo cenato più volentieri, ma tutti eravamo anche più loquaci.
Il terzo giorno ci siamo svegliati con il rumore della pioggia che cadeva forte, ma per fortuna dopo colazione aveva già smesso, sebbene il cielo fosse sempre nuvoloso.
Così ci siamo tuffati ancora fra coralli e pesci colorati e ancora avrei potuto restare a nuotare per ore ed ore.
Prima di riprendere la rotta per il ritorno ci siamo fermati in un altra baia per la quarta ed ultima nuotata nella barriera corallina, anche se questa volta non tutti sono venuti dato che il brutto tempo persisteva. Verso le quattro del pomeriggio stavamo rimettendo i piedi sulla terra ferma: sporchi, stanchi ma sicuramente felicissimi.
La sera ci siamo ritrovati quasi tutti in un locale in centro e dopo aver cenato abbiamo passato l’ultima serata assieme.
Come tutte le cose, anche questa è arrivata alla fine e dopo baci ed abbracci ci siamo salutati con la speranza di rivedersi ancora in futuro… La lista degli amici da visitare in giro per il mondo sia allunga sempre di più…
Abbiamo percorso più di 7000 km per ora e non siamo nemmeno a metà strada!

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  • 1 anno fa
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